“Nei luoghi di vera miseria capita d’incontrare la pace”

Arianna Foresi per due settimane in Benin: esperienza che consiglio ai giovani

Arianna Foresi, venticinque anni, originaria di Potenza Picena, si è da poco laureata in Giurisprudenza ed ha appena terminato uno stage presso il Tribunale per i Minorenni di Ancona.

Lei ha effettuato una esperienza nelle missioni in Benin. Come mai questa scelta?
“È durata due settimane e mi è stato possibile viverla grazie all’Associazione Missioni Estere dei Frati Cappuccini di Recanati. Tutto è nato da un progetto dell’associazione che ci ha permesso, inizialmente, di svolgere attività di volontariato presso di loro. Ma quella che sembrava semplicemente un’occasione per “dare una mano” si è trasformata nella possibilità di scoprire con i nostri occhi per chi, realmente, quel volontariato esiste”.

Che rapporto c’è tra i Frati di Recanati e il Benin?
“I Frati Cappuccini di Recanati hanno la custodia dei Frati Missionari presenti in Benin e proprio per questo abbiamo avuto la possibilità, insieme a loro, di vivere, appoggiandoci al loro convento per dormire e mangiare, ma soprattutto per conoscere la realtà di questo Paese. E quello che più mi ha sorpreso è stato proprio ciò che non mi aspettavo di trovare”.

E cioè?
“Non ho visto soltanto la miseria che spesso immaginiamo quando pensiamo all’Africa. Ho incontrato un Paese semplice, autentico, ancora profondamente rurale, ma con una grande voglia di crescere e di svilupparsi senza perdere la propria identità. E soprattutto ho incontrato la pace. Una pace concreta, quotidiana, quasi difficile da spiegare. Una pace che non rimane soltanto intorno a te, ma che, lentamente, arriva anche dentro di te”.

Ci puoi descrivere il contesto che ti ha ispirato la pace?
“Per le strade ci sono bambini che giocano, che ti salutano, che ti osservano incuriositi. Ci sono persone che dormono su una panchina, per strada o persino sopra la propria moto. E la cosa sorprendente è la naturalezza con cui tutto questo viene vissuto. Ti viene quasi spontaneo pensare che, mentre aspettano un cliente, una persona da accompagnare o semplicemente che inizi una nuova giornata, si concedano un piccolo momento di riposo. Poi ci sono le persone”.

In che senso?
“Persone che ti accolgono, che ti sorridono, che ti raccontano la loro vita. Ti parlano delle difficoltà che hanno affrontato, della fame, delle rinunce, del passato. Ma soprattutto ti parlano di quello che sono oggi: persone felici. E questa è forse una delle lezioni più grandi che porto con me”.

Che lezione?
“Non ho visto persone piangersi addosso. Ho incontrato persone che, nonostante tutto quello che hanno vissuto, guardano avanti con ottimismo. Persone che hanno imparato a costruire la propria felicità con quello che hanno, senza aspettare necessariamente di avere di più”.

Ti sentiresti di consigliare questa esperienza a altri giovani?
“Sicuramente! Sento di consigliare profondamente un’esperienza come questa soprattutto ai giovani. Perché permette di conoscere un’Africa diversa da quella che spesso ci viene raccontata. Un’Africa che ha conosciuto la schiavitù, la tratta degli schiavi, la fame e la miseria, ma che oggi sta cercando, giorno dopo giorno, di riscattarsi. Un’Africa che ha imparato a rialzarsi, a rimboccarsi le maniche e a costruire il proprio futuro partendo da poco. E forse è proprio questo che un viaggio del genere insegna: che non serve avere tanto per essere felici e che, a volte, siamo noi ad avere bisogno di fermarci, guardare e imparare da chi pensavamo di essere venuti ad aiutare”.

Mi sembra di capire un bilancio positivo di questo viaggio.
“Questa esperienza mi ha toccata nel profondo. Non lo ha fatto in maniera brusca, ma dolcemente. Quasi in punta di piedi. Eppure, proprio per questo, ha lasciato dentro di me un segno enorme”.

Don Enrico Brancozzi

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