Ha obbedito fedelmente e senza alcun timore alla regola di Madre Teresa
Ogni uomo o donna che parte missionario – che sia religioso o laico – ha una storia singolare ed unica ancorché la pista sia tracciata con la stessa dinamica che fu del padre Abramo: uscire dalla propria terra, lasciare la propria casa coi relativi affetti, per raggiungere un paese sconosciuto e creare legami con gente sconosciuta.
Ciò che credo sia particolare nella storia di mia sorella Suor Rio – Missionaria della Carità di Madre Teresa di Calcutta – è, anzitutto, il suo modo di intendersi come missionaria: pur essendo una donna – e non un sacerdote – sentiva quella sua missione come qualcosa che faceva in nome e da parte di tutta la chiesa. Della “sua” chiesa vale a dire la sua parrocchia, i suoi amici, la sua piccola frazione di San Ruffino di Amandola, la sua Diocesi, quella di Fermo. Andava per rispondere al “grido” di tanti poveri che erano lontani nel mondo, ma di cui ella considerava ogni cristiano come debitore di un abbraccio, di un sollievo, di un segno di solidarietà. Dico questo perché nei giorni che precedettero la sua partenza – sarebbe andata a Londra e poi, negli anni a venire, in diversi continenti sempre fuori dall’Europa – mi portò con sé con la macchina di nostro padre a fare il giro di tutte le famiglie della nostra zona, ma proprio tutte, per salutarle! Ancora mi viene in mente questo saluto che rinsaldava l’affetto e la comunione umana ed ecclesiale che non si sarebbe mai sciolta. Tant’è vero che ad ogni suo ritorno – che accade ogni dieci anni! – c’era e continua ad esserci – una re-union davvero sorprendente ed entusiasmante: tutti vengono a casa per vederla, per sapere come sta, per sentirla raccontare. Ancora adesso che son passati più di quarant’anni dalla sua partenza.
Paradossalmente Suor Rio che è stata sempre lontana è la persona che ci ha tenuti uniti e ci ha dato il senso della Chiesa sorella e madre dell’umanità. Adempiendo al quarto voto che le Missionarie della Carità fanno – oltre ai classici tre: povertà, castità, obbedienza – che è quello di servire “i più poveri tra i poveri”, Suor Rio è stata sorella di migliaia di uomini e donne, madre di migliaia di bambini, acqua per migliaia di assetati e pane non solo materiale per migliaia e migliaia di poveri tra i più poveri. Nei sobborghi di Londra, di Liverpool, di Salvador de la Bahia, di Rio de Janeiro, di Buenos Aires, di Calcutta, di Nairobi, di Caracas, insieme alle sue sorelle missionarie, ha soccorso, consolato, curato, rese degni di vivere immense fasce di esclusi, reietti, corpi e anime violate, disprezzate, scartate come immondizie. In Sudan – dove si trova anche adesso – nello Yemen, a Gaza, in Siria, in Iraq ha obbedito fedelmente e senza alcun timore alla regola di Madre Teresa che esige di “vivere e morire con i poveri”.
Dare e rischiare la vita è sempre per lei e tutte loro un‘esigenza di testimonianza. Del Vangelo che è Gesù! Una missionaria ha, infatti, un doppio compito: quello di soccorrere la vita e quella di denunciare chi attenta alla vita. E chi, come noi, è seduto sul divano e cerca di sapere come davvero vada il mondo dagli strumenti che sono di propaganda più che di informazione, si accorge che nessuno meglio di una missionaria/o può dirci la verità su ciò che accade nei bassifondi della terra. Perché i media parlano per sentito dire e dicono quello che vogliono, mentre le suore sono là, nei luoghi più remoti e disperati, irriducibili nella Carità come scintille di Luce e nodi di Pace in un mondo fatto a pezzi.
Rosanna Virgili – Biblista
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892