Luogo benedettino nella terra dei Farfensi visitato anche da Schuster
Alla scritta sul cartello stradale: “Santa Vittoria Terra dei Farfensi” manca un sostantivo: Benedettini. Perché Farfensi in questo caso è solo un aggettivo. Quisquilie? E no. Perché cancellando Benedettini si cancella il presente. Dove il presente è il Monastero benedettino di Santa Caterina. Aperto, vissuto, accogliente. Dieci monache (sette italiane, tre nigeriane), dieci storie diverse, unica esperienza religiosa.
Arrivati a Santa Vittoria in Matenano, davanti alla Torre dell’abate Odorosio prendiamo a destra, breve salita, case basse, profumi di cucina. Più sopra c’è il Cappellone con i suoi affreschi di fra Marino Angeli e prima di esso la chiesa collegiata dedicata a Santa Vittoria, le cui spoglie arrivarono proprio dalle terre di Farfa. A metà salita, il monastero. La porta della chiesa è sbarrata. Sono in corso lavori per rafforzare una porzione di tetto. Davanti alla porticina d’ingresso, le monache hanno posizionato due vasche di fiori. E già il cuore si rallegra. La scritta in caratteri gotici ricorda l’antica fondazione. Si scendono alcuni gradini e siamo nel parlatorio. Quanta gente l’avrà frequentato in questi secoli! Tra costoro, anche il futuro arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster. In alto c’è l’immagine del Fondatore dell’Ordine. Dopo aver suonato, da dietro alla grata mi arriva il sorriso di una piccola monaca. Volto lieto e pacificato. E siamo già in un’altra dimensione. Nei monasteri benedettini il Portarius era una figura importante. San Benedetto accoglieva tutti Tamquam Christus.
Accoglienza, dunque, senza riserve. La madre badessa: suor Ida, riconfermata da poco nel suo incarico, è nella parte sottostante l’edificio. Ci sono i muratori che stanno sistemando una porta nell’ex convitto. La raggiungiamo. Anche lei sorridente, parla tranquilla con gli operai. Lo stress non è di casa tra queste mura. Entriamo dalla parte dell’ex convitto dove oggi sono state ricavate diverse camere da letto per accogliere gruppi giovanili e non.
Ospitalità è la seconda parola dei Benedettini. Il monastero è enorme. Colpisce la pulizia in ogni angolo. E, soprattutto, colpisce la letizia di chi vi abita. Chiamiamola pure Serenità. È un qualcosa che contamina, che coinvolge. Provare per credere. Ora et Lege et Labora. Et noli contristari. L’ultimo richiamo descrive il clima: Non siate tristi. In un’epoca di paura, qui si vive altrimenti.
La Madre ci conduce in luogo che fa pensare al Paradiso. È un balcone che sfonda l’orizzonte. Davanti i Monti Sibillini, poco sotto i centri storici che sembrano appollaiati sui pinnacoli delle colline. Sì, penso: è una porzione, un anticipo di ciò che ci attende: la Bellezza suprema.
Suor Ida resta con me una trentina di minuti. Non voleva assolutamente farsi monaca, racconta. C’era anche un fidanzato di mezzo. Poi, il Padreterno ha condotto sapientemente i giochi. E i giorni felici sono stati e sono quelli in monastero, quelli con la propria comunità, quelli della recita delle preghiere sette volte al giorno (Ora), quelli del lavoro (Labora) insieme.
Saliamo nelle stanze dove si preparano le ostie. Il macchinario è all’avanguardia. Ma occorrono comunque le mani. Suor Giuseppina e suor Caterina sono affaccendate. E felici. Penso alle nostre fabbriche, ai nostri uffici… ai musi lunghi. Qui no. Neppure quando si lavora all’uncinetto nella grande sala. Neppure quando si zappa il grande orto o si allevano gli animali da cortile, neppure quando si prepara il pane e le marmellate, o si stuccano le pareti dei muri interni. A fine ottobre, un’iniziativa: Vieni, vedi, vivi. Un invito alle giovani alla ricerca. E a tutti noi. Si può vivere così.
Adolfo Leoni
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892