La storia di Padre Camerlengo, missionario della Consolata
Nel nord della Costa d’Avorio, in un territorio prevalentemente musulmano dove i cristiani rappresentano appena il 3% della popolazione, opera da circa 2 anni Padre Stefano Camerlengo, missionario della Consolata nato a Corridonia 69 anni fa.
P. Stefano ha una lunga e articolata esperienza missionaria.
Dopo 12 anni durante i quali ha servito l’Istituto Missionari della Consolata come Superiore Generale, ha deciso di tornare sul campo, rispondendo a quella voce interiore che lo spinge a tornare accanto alla gente che soffre. Nei precedenti 18 anni passati in Congo ha vissuto dentro la tragedia della Guerra. Come vice superiore regionale ha dovuto gestire situazioni pericolose e difficili.
Oggi a Dianra Village, P. Stefano guida una comunità che si estende su 25 villaggi sparsi in un vasto territorio, dove le strade sono piste di terra, la comunicazione è difficile e l’acqua potabile è un lusso. Con i suoi catechisti — autentici pilastri della chiesa locale — porta avanti un’opera di evangelizzazione che procede con umiltà e tenacia. Ma il lavoro di P. Stefano non è solamente pastorale. Accanto alla parrocchia gestisce un centro sanitario che offre campagne di prevenzione, vaccinazioni, visite nei villaggi più remoti.
Ha avviato progetti di scolarizzazione rivolti soprattutto a bambini e ragazze, i più vulnerabili in questa società. Dedica particolare attenzione alla condizione delle donne: sa bene che esse sono la vera speranza dell’Africa, il futuro delle loro comunità. Recentemente ha organizzato un pellegrinaggio della statua di San Giuseppe Allamano, il fondatore della Congregazione.
La statua gira da villaggio a villaggio, e cose straordinarie accadono: persone che si inginocchiano a pregare, quaderni pieni di preghiere e intercessioni scritte con fatica, famiglie di religioni diverse che convivono in pace. P. Stefano vi legge i segni dell’azione di Dio, quella azione che lui chiama ‘consolazione’: stare accanto a chi soffre, assicurare che nessuno soffre da solo. Non parla di sacrifici né di rinunce. Dice piuttosto che la missione è un lusso, una grazia ricevuta. “La missione è l’abbraccio di Dio; è la dimensione dell’amore che si svuota di sé”. Per lui il missionario deve essere un ‘ponte’ tra le culture, un ascoltatore del grido dei poveri, un testimone che la vita ha senso solo quando è spesa per gli altri.
Nelle sue lettere dalla missione emerge una straordinaria capacità di leggere il divino negli incontri quotidiani — nel volto di una bambina di tre anni che da sola viene alla cappella per pregare, nel sorriso di chi riceve una mano di aiuto, nella parola amica rivolta a chi è solo.
Per Stefano, essere pellegrino significa rinunciare ai propri spazi di comodità per camminare con Cristo verso gli altri, lasciandosi ferire dall’incontro con la sofferenza altrui e risorgere nella speranza. P. Stefano rimane un esempio di come sia possibile trasformare il dolore del mondo in speranza riconoscendo che nel cuore dei piccoli e dei poveri già abita Dio.
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892