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Una regione florida di pace, predicatori, beati e santi

Oltre a San Francesco ci sono passati San Bernardino e San Giacomo

Padre Bormolini è un monaco originale già nel nome: il suo è Guidalberto. Falegname, liutaio, filosofo, muratore, monaco appunto, tanatologo e sacerdote. Ha creato una comunità in un borgo vicino a Prato. Lo scorso anno, il sei di giugno, in occasione del Festival della Comunicazione che toccava all’arcidiocesi di Fermo organizzare, è stato invitato a presentare il libro scritto insieme al poeta Davide Rondoni, dal titolo Vivere il Cantico delle Creature. Il Cantico, l’immensa opera di san Francesco. Dal palcoscenico del Teatro Alaleona di Montegiorgio, il monaco ha parlato del Creatore, del Creato, delle Creature. E dell’Assisiate che tutto questo ha amato nell’immedesimazione con Cristo.
Luogo migliore non si poteva scegliere per raccontare del Poverello d’Assisi. Una strada a Montegiorgio porta un nome importante se pur in pericolo di dimenticanza: Viale frate Ugolino. Quell’Ugolino Boniscambi che scrisse buona parte degli Actus Beati Francisci et sociorum eius, da cui I Fioretti di San Francesco. Terra francescana la nostra. Stellata per il gran numero di conventi. Intrisa di valori francescani: umiltà, sobrietà, rispetto per la natura. Difficile raccontar tutto. Prendiamo qualche pezzo.
Restiamo nel montegiorgese. Cerreto è un borgo minimo capace di personaggi massimi. Come fra Gaetano, cappuccino, al secolo Carlo Iobbi. Vissuto a cavallo del Novecento, fu animatore del Movimento sociale cattolico, delle Leghe bianche, della difesa degli oppressi e degli umili. Della presenza, in una parola, del cattolicesimo sociale nella società, nell’economia, nella politica. Rimbalzano le parole dell’enciclica di papa Leone XIV Magnifica humanitas.
Ci spostiamo a Massa Fermana. Sul Colle Stalio, poco sotto al camposanto, s’incontra l’antico convento francescano. Si dice che lo stesso Francesco lo scelse, per il silenzio, la pace, l’ampia selva poco distante. E si dice anche che vi passassero due santi: san Bernardino da Siena e san Giacomo della Marca. Come non pensare allora a qualche loro dialogo contro l’interesse illecito e per una risposta adeguata con i Monti di Pietà. L’usura era da battere sul suo stesso campo: l’economia. Il marchigiano prof. Luigi Bruni ne è certo: l’economia civile nasce dal pensiero di chi non poteva e non voleva posseder danaro. La povertà francescana rendeva più lucido lo sguardo dei religiosi. Più incisivo.
San Giacomo, dei Minori Osservanti, venne spesso a Fermo. Predicava dinanzi a migliaia di persone. Papa Callisto III, qualcuno sostiene fosse invece Sisto IV, gli diede un’icona da portare alla città: un pegno di pace tra Fermo ed Ascoli. Ha funzionato per un po’… Ora l’icona bizantina, del tipo Playtera (più ampia del cielo), è conservata nella chiesa Madre: il Duomo. La Madonna non ha il bambino in braccio o appoggiato alla guancia, ma ha la mano destra appoggiata sul cuore e l’indice alzato verso Colui che c’è pur non vedendosi. In piazza del Popolo campeggia la statua di Sisto V. È probabile che Felice di Peretto, francescano conventuale, futuro vescovo di Fermo e futuro sommo pontefice, abbia studiato da ragazzo nel convento annesso al Tempio di San Francesco.
In conclusione, andiamo a Falerone. Che fu patria del Beato Pellegrino. Lo si può pregare “per essere liberati da ogni male dell’anima e del corpo”.

Adolfo Leoni

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