Il cantautore riconosceva che era impossibile non fare i conti con la Bibbia
Brunetto Salvarani, teologo e amico di Francesco Guccini, scrive che “il lascito più profondo del cantautore emiliano, scomparso giovedì 6 agosto 2026, è di aver saputo raccontare l’esistenza con una sincerità rara, senza mai smettere di interrogarsi sul senso ultimo delle cose. Tutta la sua opera, ricorda, nasce dall’esperienza personale, da una fedeltà alla propria storia che gli ha consentito di parlare di sé raccontando, in realtà, la vita di molti. Fra le domande che hanno attraversato tutta la sua opera, un posto particolare occupa quella su Dio. Salvarani ricorda come Guccini provenisse da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l’influenza della madre Ester Prandi. Lo zio Pippo poi era per la comunità dei Focolarini di Carpi il punto di riferimento. Pur definendosi sempre agnostico, non ha mai rifiutato la ricerca di senso da dare alla vita e non ha mai voluto essere trascinato da una parte all’altra. La sua è stata una ricerca libera, mai superficiale”.
Per Stefano Fenaroli, Francesco Guccini era un uomo di cultura che ha saputo fare cultura, non solo nei riferimenti più espliciti ma anche nell’uso sapiente delle parole, consegnandoci testi non da consumare ma da gustare, offrendoci spunti sempre nuovi su cui riflettere. E in ultimo, ma non per ultimo, non possiamo ignorare l’aspetto religioso che abita le canzoni di Guccini. Da quel Dio è morto – che in realtà si chiude con la più esplicita confessione di fede nell’umanità, perché è nella bontà dell’umano che “Dio è risorto” –, alla critica pungente e non meno vera per quei “preti” che vendono a tutti un’altra vita, credono in “un Dio nell’infinito” e in realtà l’hanno “già tradito”.
Francesco Guccini riconosceva nella Bibbia “un grande codice culturale col quale è impossibile non fare i conti”. “Una convinzione che riaffiora nel brano Shomèr ma mi-lailah, ispirato al profeta Isaia, dove il testo biblico diventa uno strumento per leggere il presente e custodire la speranza dentro la notte” (Brunetto Salvarani). Un verso di Isaia (21,11- 12), Shomèr ma mi-lailah è alla base di una delle canzoni più famose di Francesco Guccini. Il verso è misterioso. Tradotto, vuol dire: Sentinella, a quanto della notte, a che punto è la notte? Isaia, uno di quei profeti che minacciano in continuazione e lanciano fuoco e fiamme, all’improvviso si lascia andare in questo verso bellissimo e altamente poetico, ad una grande speranza.
La sentinella risponde: La notte sta per finire ma l’alba non è ancora arrivata. Tornate, domandate, insistete. Scrive di sé Guccini: “C’è sempre stata, pudica, sottile, nelle mie canzoni, una domanda sull’infinito, sul senso ultimo delle cose. Ma da agnostico, da vago panteista e spiritualista quale sono, da uomo che non crede nell’esistenza dell’anima ma forse coglie un fondo di infinitezza, di immortalità nel nostro destino, mi fermo alla domanda, all’interrogativo. L’importante è, però, che questa domanda non cessi mai, perché è uno dei sintomi preziosi della nostra vitalità come uomini”.
Scrive Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, grande amico di Guccini: “Dicevi di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza ma anche presenza. Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità. Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore.
Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere.
Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio”.
Raimondo Giustozzi
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892