Hanno bisogno di un adeguato sostegno e di condizioni d’intervento sostenibili
In caso di emergenza, incidente grave, incendio o calamità naturale, la nostra preoccupazione principale è la sicurezza delle persone colpite. Raramente, però, ci soffermiamo a pensare al benessere di chi interviene per prestare soccorso: operatori sanitari, vigili del fuoco, forze dell’ordine e volontari della Protezione Civile. Chi presta soccorso si trova spesso di fronte a ferite gravi, sofferenza e perdite umane, e deve prendere decisioni cruciali in tempi brevissimi. Nelle maxiemergenze, la pressione fisica e psicologica può protrarsi per giorni. È fondamentale riconoscere che anche chi soccorre ha bisogno di condizioni di lavoro sostenibili e, quando necessario, di un adeguato supporto.
Le reazioni dopo un intervento difficile
Dopo un intervento particolarmente impegnativo, è normale provare paura, tristezza, impotenza o rabbia. Nei giorni seguenti, è possibile avere difficoltà a dormire o rivivere mentalmente l’accaduto. Questi sintomi non indicano necessariamente un disturbo psicologico, ma meritano attenzione, soprattutto se sono intensi o interferiscono con la vita quotidiana. Nei contesti di soccorso, ammettere di sentirsi sopraffatti può essere difficile. Si teme di deludere i colleghi o di essere giudicati meno competenti. L’idea che un soccorritore debba essere sempre invulnerabile può portare al silenzio e all’isolamento. Chiedere aiuto, invece, è un modo per proteggere sé stessi e continuare a svolgere il proprio compito con lucidità.
La responsabilità dell’organizzazione
Prendersi cura di chi soccorre inizia con l’organizzazione del lavoro attraverso turni sostenibili, pause regolari, informazioni chiare e responsabili disponibili all’ascolto. È fondamentale fornire indicazioni semplici su a chi rivolgersi dopo un intervento difficile. Il sostegno tra colleghi può essere una risorsa preziosa. Condividere una difficoltà con chi conosce il lavoro sul campo aiuta a non sentirsi soli. Tuttavia, offrire ascolto non significa chiedere a tutti di raccontare subito ciò che hanno visto. Ognuno ha tempi e modi diversi di elaborare l’esperienza. Uno spazio di parola deve rimanere una possibilità, mai un obbligo. La tutela psicologica dei soccorritori deve essere prevista già nella formazione e nella gestione ordinaria delle emergenze, con risorse accessibili e persone di riferimento a cui rivolgersi prima, durante e dopo gli interventi. Per garantire una risposta concreta alla domanda del titolo, le organizzazioni devono sapere come supportare chi interviene, prima, durante e dopo il soccorso.
Quando la fatica si accumula
Non è sempre un singolo intervento a lasciare il segno. A volte è la somma di molte esperienze. Una chiamata dopo l’altra, persone in difficoltà, situazioni che richiedono attenzione continua. Ogni volta il soccorritore si concentra su ciò che va fatto. Solo più tardi può accorgersi che quella fatica non è scomparsa, ma si è aggiunta a quella degli interventi precedenti. È un processo graduale, proprio per questo facile da sottovalutare. Si può continuare a svolgere bene il proprio lavoro e, nello stesso tempo, sentire che richiede uno sforzo sempre maggiore. Parlare di fatica accumulata aiuta a comprendere che il benessere di chi soccorre non dipende soltanto da ciò che accade durante una singola emergenza, ma anche da quante volte è chiamato ad affrontarne una.
Caterina Di Palma – Psicologa Psicoterapeuta
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892