L’Europa e l’Italia sono oramai diventate terre di missione. Non si può aspettare
Siamo nel mese di Ottobre, il mese in cui viene celebrata la Giornata Missionaria Mondiale. In questo mese la Chiesa riscopre il senso della Missio ad gentes, dell’annuncio del Vangelo portato in tutto il mondo, soprattutto in quelle terre in cui non c’è ancora una presenza ben definita e sviluppata di Chiesa. Ogni chiesa locale ha i suoi missionari, presbiteri, religiosi, laici, sparsi per il mondo, anche in zone dove tutt’oggi si rischia la vita per professare e celebrare la fede cristiana. In questo ultimo tempo è emersa sempre più chiaramente la consapevolezza che terre di missione non sono solo quelle degli altri continenti, ma terra di missione sono diventate anche la nostra Europa, la nostra Italia, i nostri territori, considerati in genere di tradizione cristiana.
Siamo chiamati tutti a chiederci se nei territori della nostra Arcidiocesi fermana ci sarà ancora la fede in un futuro remoto quando noi ormai non ci saremo più. La domanda non è scontata: possiamo essere certi che la fede sarà ancora sulla terra per opera dello Spirito ma non possiamo dare per scontato che la fede sarà sempre nei nostri paesi. O almeno ciò non avviene mai magicamente, ma può essere sperato se già oggi degli adulti si rendono disponibili ad annunciare il Vangelo ad altri adulti e alle nuove generazioni. Lo stesso Cammino Sinodale delle Chiese in Italia ha senso se scaturisce da una scelta missionaria, se ogni comunità cristiana sceglie di essere missionaria nel proprio territorio a sua misura. La tentazione sempre forte per le nostre parrocchie è quella di aspettare che la gente venga in chiesa, è quella di conservare solo l’esistente, è quella di perpetuare in eterno le singole tradizioni, è quella di giudicare chi non viene. In questo momento ci è chiesta la forza di abbandonare lo stile delle lamentazioni e di non limitarci ad un po’ di catechismo ai piccoli.
È arrivato il momento in cui cercare di farsi vicini soprattutto ai giovani e agli adulti dei nostri territori per “evangelizzare Gesù”, in cui cercare di entrare in contatto alle situazioni complicate e di sofferenza di tante persone, situazioni magari dimenticate dalle istituzioni e dalle stesse parrocchie. È arrivato il momento di preparare e formare adulti che abbiano il coraggio di annunciare il Vangelo ad altri adulti, e non solo ai fanciulli. Per questo è necessario rivedere il modo con il quale in genere concepiamo il rapporto tra formazione e missione: continuare a sostenere che prima dobbiamo essere formati per poi annunciare il Vangelo diventa spesso la scusa per rimanere seduti dentro i locali parrocchiali e non farci mai prossimi alle persone, agli ambienti di vita, alle situazioni marginali. Ci formiamo annunciando il Vangelo sostenuti e accompagnati dalla comunità cristiana.
La missione non è solo una dimensione da vivere, ma rimane il primo criterio per discernere come essere comunità cristiana nel nostro tempo e nei nostri territori, come ci ricorda il Documento di sintesi del Cammino Sinodale delle Chiese in Italia: “La priorità della missione. Ogni scelta e cambiamento devono potersi misurare alla luce dell’annuncio del Regno di Dio, che costituisce la vocazione fondamentale di tutti i battezzati, nella diversità e specificità dei carismi, delle vocazioni e dei ministeri: l’orizzonte della missione resta il criterio fondamentale di ogni discernimento. L’assunzione decisa e consapevole di uno stile sinodale e missionario consente alla Chiesa di non ripiegarsi su se stessa e sulle proprie strutture o sulla salvaguardia dell’esistente, ma di essere capace di abitare il mondo con coraggio e audacia evangelica, affinché «abbia la vita e l’abbia in abbondanza”.
Don Giordano Trapasso
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892