Il suo è il messaggio più chiaro per il cammino verso una umanità migliore
La lunga serie dei Centenari francescani trova il culmine nella celebrazione degli 800 anni dalla morte di san Francesco (3 ottobre 1226). Per la numerosa e multiforme Famiglia francescana è certamente l’occasione per confrontarsi criticamente con il carisma originario, dalla cui interpretazione dipende la varietà delle sue forme. Il principale intento dei Centenari è però quello di ripresentare i valori universali che il piccolo uomo di Assisi condensa nella sua stessa persona: la fraternità di tutti gli esseri, la cura senza giudizio, le relazioni radicalmente disarmate e costruttrici di pace, la custodia delle fragili ricchezze del Pianeta, la distribuzione equa delle ricchezze, la speranza di un mondo migliore e l’impegno comune per realizzarlo e, per ciascuno di tali valori, l’annuncio gioioso di Cristo salvatore che nel Giubileo del 2025 ha trovato la sua esplicita celebrazione.
La scelta di papa Francesco, dieci anni prima dell’apertura dei Centenari, di adottare il nome e il messaggio del Santo di Assisi come propri ha contribuito alla scelta delle linee programmatiche. La memoria del Presepe di Greccio nel 2023 ha raccolto il messaggio di pace attraverso il rinnovamento del mistero di Betlemme nel piccolo borgo della periferia laziale; la celebrazione delle Stimmate nel 2024 ha inteso affrontare il tema della condivisione del dolore tra gli uomini e della sua redenzione; il ricordo del Cantico delle Creature nel 2025 ha mirato a riaccendere la discussione sulla relazione del genere umano con tutti gli esseri anche in termini di giustizia ed ecologia integrale. L’ultimo Centenario ha il compito di ricapitolare i termini più importanti del messaggio nella persona di san Francesco che, abbracciando «sora nostra morte corporale», apre il varco verso la relazione dell’uomo con Dio e quindi con la propria ultima ragione di essere.
La pretesa o la speranza, poste in atto dallo stesso papa Francesco, che il “simbolo” francescano possa, anche nell’attuale contesto multiculturale denso di criticità a tutti i livelli, costituire un messaggio comprensibile per un comune cammino verso un’umanità migliore prende le mosse a monte dal sogno generoso di Paul Sabatier († 1928), che all’inizio del secolo scorso rese al mondo san Francesco, spogliato dalle incrostazioni della devozione e delle sopravvesti delle tradizioni, quale uomo dello Spirito e del Vangelo, capace di realizzare in sé e di proporre al suo e nostro tempo il progetto originario della Creazione. Sabatier attribuì al Santo di Assisi la capacità di parlare tutte le lingue degli esseri viventi, come Adamo nell’Eden, e di portare un messaggio capace, attraverso l’evangelica rinuncia a tutto ciò che divide, di «restaurare la casa» comune secondo la mente del Creatore. Fu così che si giunse anche a un Ecumenismo francescano pratico, in cui la piena comunione tra i Cristiani si realizzò nonostante il permanere delle differenze tra le Chiese, pur solo temporaneamente a causa delle vicende storiche che sconvolsero l’Europa. Sabatier fu anche il primo ad aprire la via agli studi storici e filologici sulla persona di frate Francesco e sul suo genuino pensiero, espresso in modo lucido e pienamente comprensibile nei suoi Scritti, molto più che nelle innumerevoli pagine a lui dedicate fin dal secolo XIII. La proposta di Sabatier, certamente circostanziata da un preciso contesto culturale, spinge oggi, in occasione dei Centenari che comunque a lui anche involontariamente conducono, a riconsiderare quella che Giovanni Miccoli chiamò «metodologia evangelica» di san Francesco quale vera e propria filosofia e prassi per un nuovo umanesimo, benché tale metodologia non costituisca un sistema filosofico in senso stretto.
Nonostante san Francesco fosse un uomo senza lettere, il suo è un pensiero ordinato e complesso, radicato nello spirito evangelico più puro e vitale, che merita di essere riconsiderato e approfondito alla luce delle esigenze dell’attuale contesto pluriculturale: l’attribuzione del “metodo” dell’umiltà al Figlio di Dio e quindi al prototipo di ogni essere vivente e inanimato, che si esprime nella gratuita donazione di sé, diventa pietra d’inciampo per ogni sistema contemporaneo, sociale e anche ecclesiale, dove la logica dell’autorità dell’uno sull’altro, della differenza dei diritti e della legge di mercato anche in termini di giustizia e di relazione tra gli esseri e addirittura di relazione con Dio è ritenuta irrinunciabile.
È vero che il rischio di de-storicizzare il pensiero di frate Francesco attraverso attualizzazioni pretestuose è presente, ma quello di ridurre tale pensiero a insignificanti sistemi già canonizzati e a pratiche storicamente superate lo è altrettanto. Frutto dei Centenari dovrebbe essere, perciò, la comprensione sempre più approfondita di tale messaggio colto nella sua specificità e attualità e, nel contempo, del significato dell’esperienza storica del Cristiano di Assisi nelle sue scelte tanto coerenti da essere tuttora sconcertanti.
Padre Fabio Furiasse, Direttore dell’Archivio storico dei Cappuccini delle Marche
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892