Impegno umile, ma fondamentale. La questione della versione… al femminile
C’è un’immagine che descrive l’essenza del diaconato permanente: una porta costantemente aperta tra il presbiterio e la strada. Il diacono è il testimone di una Chiesa “in uscita” che opera nella quotidianità. Quando vissuta da padre di famiglia, questa vocazione si nutre della vita coniugale, del lavoro e dell’educazione dei figli, permettendogli di parlare lo stesso linguaggio delle famiglie e inoltre di farsi compagno di strada del Vescovo e del Parroco.
Nelle nostre diocesi marchigiane ci troviamo di fronte a un nodo cruciale: l’avanzare dell’età di presbiteri e diaconi, a cui fa riscontro la provvidenziale presenza di giovani desiderosi di servire la Chiesa con linguaggi nuovi. Quanta gratitudine va offerta e riconosciuta ai diaconi anziani, custodi della memoria, e quanta speranza e fiducia ai giovani di “buona volontà” nel desiderare d’intraprendere un buon cammino di formazione. Incoraggiare queste vocazioni è la strada per mantenere una Chiesa vicina al cuore delle persone.
Il ministero diaconale nasce come indicato negli Atti degli Apostoli (At 6,1-7) per il servizio della Carità: un lavoro umile, immerso nelle periferie e accanto agli ultimi. Nel corso dei secoli, il servizio si è evoluto fino a scomparire, riassorbito dalle funzioni sacerdotali. È stato il Concilio Vaticano II a “riesumare” il diaconato permanente maschile. Nella nostra Diocesi la realtà è molto positiva grazie all’impulso dei Vescovi che si sono succeduti nel tempo anche se non mancano sfide relazionali con il clero. Il diacono non è un sostituto del prete, né un suo dipendente: è una “sentinella” che recepisce i bisogni del territorio e li presenta al Vescovo.
In questo scenario, si inserisce la questione del diaconato femminile. Le fonti storiche testimoniano l’esistenza delle diaconesse nella Chiesa primitiva, impiegate per il battesimo delle donne e per assistere le vittime di violenze. Papa Francesco ha istituito due commissioni di studio (2016 e 2020) che, pur non precludendo questa possibilità, non hanno preso una decisione concorde e definitiva, citando l’incertezza dei dati storici. Oggi le donne svolgono ruoli fondamentali nella Chiesa: catechiste, lettrici, ministri dell’Eucaristia, opere di carità, ma restano escluse dai processi decisionali e dalla predicazione. Eppure, Gesù ha eluso le convenzioni del suo tempo valorizzando le donne, le quali sono rimaste sotto la Croce e hanno ricevuto per prime l’annuncio della Risurrezione.
Non si tratta di ordinare “sacerdotesse”, ma di riconoscere ufficialmente ciò che le donne fanno da sempre. Il “genio femminile” e l’istinto delle donne porterebbero un vento nuovo nella struttura ecclesiale. Il Signore ha creato l’uomo e la donna a Sua immagine: chissà che un domani non si arrivi a vere e proprie “coppie diaconali”, a tutto vantaggio della missionarietà e del servizio.
Angelo Talamonti, Diacono
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892