“In Etiopia con mia moglie, ora ci sentiamo realizzati”

La scelta di Sirio Cingolani e Martina Luchi che hanno lasciato casa e lavoro

Tra le varie esperienze di missione che coinvolgono la diocesi di Fermo merita attenzione quella di Sirio Cingolani, civitanovese, insieme con la moglie Martina Luchi missionari in Etiopia da quasi tre anni.

Ci puoi raccontare la tua storia? Come è iniziato tutto? Che cosa facevi prima?
“Prima lavoravo in una grande azienda locale. Sono partito per la prima volta per il Paraguay ormai 10 anni fa, nel 2016, dove sono tornato altre 4 volte prima da solo poi con Martina. Questa esperienza ci ha uniti molto al punto di lasciare definitivamente casa e lavoro per recarci in Guinea Bissau, Congo, Sudan, Bolivia. In Etiopia siamo arrivati circa tre anni fa e portiamo avanti la missione con Padre Angelo Antolini, frate cappuccino delle Marche”.

In che zona vi trovate?
“L’Etiopia è un paese immenso composto da diverse regioni. Noi siamo a Robe, un piccolo centro a sud nella regione dell’Oromia”.

Come sono stati i primi passi, ad esempio come avete fatto con la lingua?
“La lingua ufficiale dell’Etiopia è l’amarico, utilizzata dalle istituzioni, dalla politica, a scuola. Noi abbiamo studiato l’oromo che si parla nella nostra zona e recentemente abbiamo fatto un corso di amarico. L’inglese è comunque una lingua insegnata a scuola ma viene utilizzata correttamente solo in certi ambienti istituzionali”.

Da chi è animata la missione?
“Il responsabile è padre Angelo Antolini, frate cappuccino in Etiopia da più di 40 anni e prefetto apostolico di Robe da 14 anni. In precedenza Robe apparteneva alla molto più estesa diocesi di Meki, mentre dal 2012 è divenuta una “prefettura”, che è la prima forma di istituzione di una diocesi. È una zona estesa circa 100.000 km² (un terzo dell’Italia), e abitata da 4 milioni di persone. Di queste, il 97% è di fede musulmana, i battezzati cattolici sono circa 1.100, lo 0,07% della popolazione.
Quindi quando uno pensa alla missione come un “porta a porta” oppure al catechismo tradizionale, è fuori strada”.

Quindi quale forma assume la missione in questi contesti?
“Quella del servizio, della testimonianza, della cura. Ad esempio, Martina insegna inglese nella scuola della missione, bensì i bambini sono praticamente tutti musulmani e cristiani ortodossi. Fare missione in un contesto di minoranza religiosa è molto diverso che farlo in un contesto di maggioranza o di indifferenza.
Non puoi assumere una posizione di proselitismo, il punto non è fare adepti, ma servire quella realtà vivendo il Vangelo, agendo come avrebbe fatto Gesù. Quindi è una missione che mette sempre al centro l’uomo con tutte le sue esigenze e i suoi bisogni”.

È una zona sicura?
“Nel complesso sì, però non è da intendere come la vita in Europa. Noi viviamo come tutte le missioni in un compound molto grande di circa sei ettari, che è completamente recintato e presidiato da alcune guardie. Dentro ci sono tutte le strutture della missione, la chiesa, l’ospedale, la scuola, la casa dove viviamo, una parte dedicata all’agricoltura e tutte le attività”.

Tu di che cosa ti occupi esattamente?
“Insieme a Martina portiamo avanti un bellissimo doposcuola, una sorta di centro che abbiamo istituito noi, dove i bambini che arrivano da tutto il quartiere, ogni pomeriggio, colorano, leggono, fanno puzzle, giocano a racchettoni, ecc. Siamo partiti con quattro bambini, ora sforiamo abbondantemente i cento. Inoltre ho avviato un progetto agricolo con dei grani organici in parte portati dall’Italia e in parte recuperati presso un centro di ricerca in Addis Abeba”.

Che effetto ti fa ritornare a Civitanova Marche?
“Civitanova è sempre la mia casa, dove ho famiglia e amici quindi è sempre piacevole di tanto in tanto tornare. Ma sentiamo forte il richiamo missionario quindi, dopo un po’, senti che il dovere chiama”.

Don Enrico Brancozzi

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