Bisogna uscire da noi stessi per metterci in cammino

Imitiamo San Francesco che non solo predicava, ma viveva davvero il Vangelo

Ricorre in questo anno l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi. Una occasione preziosa per ciascuno di noi per ripercorrere la vita del Santo, meditarne gli insegnamenti, riflettere sul valore profondo della missionarietà, cuore del cammino sinodale delle Chiese in Italia di questi anni.
Essere missionari, al tempo di San Francesco, significava prima di tutto “mettersi in cammino”. Era l’inizio del XIII secolo, l’Europa cristiana conosceva ancora poco il mondo oltre i propri confini e partire per annunciare il Vangelo poteva significare affrontare lunghi viaggi, culture sconosciute, pericoli mortali e grossi sacrifici. Lo Spirito suggerì a Francesco che la missione non consisteva solo nel predicare il Cristo, ma soprattutto nel vivere il Vangelo. Nella sua Regola, infatti, Francesco scrive per i suoi frati la possibilità di andare tra coloro che non conoscono Cristo e di vivere in mezzo a loro “senza litigare, né contendere”, testimoniando con la propria vita la fede.
Nell’immaginario di Francesco il missionario non era semplicemente colui che partiva per convertire, ma colui che cercava di rendere visibile il Vangelo, attraverso la povertà, la fraternità, la pace e l’amore. È significativo l’incontro di Francesco con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil del 1219, durante l’assedio di Damietta nel corso della Quinta Crociata. In un contesto segnato dalla guerra e dalle divisioni, il Santo sceglie l’incontro ed il dialogo e il sultano, pur senza convertirsi, accoglie il Poverello di Assisi con rispetto e ospitalità, rimanendo profondamente colpito dalla sua umiltà e dal suo coraggio. La missione per Francesco passa attraverso l’incontro, l’ascolto e il rispetto dell’altro.
Dai tempi di Francesco sono cambiate profondamente le condizioni storiche, sociali e culturali. Oggi essere missionari non significa necessariamente partire per terre lontane, anche se tanti ancora lo fanno. Il mondo è entrato nelle nostre città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e persino nelle nostre case attraverso i tanti mezzi di comunicazione, oggi più che mai avanzati e alla portata di tutti.
Le distanze si sono così accorciate, sappiamo ciò che avviene nei luoghi più remoti del mondo, possiamo contattare persone di ogni nazione, siamo più consapevoli delle differenze culturali e religiose, ma tutto questo non basta all’animo umano che ha estremo bisogno di essere incontrato e di incontrare, di uno sguardo, di un sorriso, di una carezza, di una pacca sulla spalla. In un mondo stra-connesso le persone vivono nella tristezza e nella solitudine. Attendono qualcuno che bussi concretamente alla propria porta. Attendono di essere accompagnati ad uscire.
Per questo la missione oggi è, prima di tutto, uscire da se stessi. Papa Francesco diceva che in virtù del Battesimo ogni cristiano è “discepolo e missionario”. Non esistono gli specialisti della missione, perché ogni credente è chiamato a testimoniare la propria fede, incarnando il Vangelo nella vita ordinaria di ogni giorno, in ogni gesto, in ogni scelta, in ogni parola, nell’incontro con ogni persona che ci incrocia nel percorso della vita.
Il missionario oggi è colui che sa incontrare, ascoltare, accompagnare, prendere per mano. È chi porta speranza dove c’è disperazione e solitudine, chi costruisce ponti dove ci sono divisioni, chi si prende cura di chi è più fragile, chi difende la dignità di ogni persona, chi pratica la giustizia e chi dialoga con chi pensa e crede diversamente. L’annuncio del Vangelo diventa inseparabile dalla testimonianza concreta della vita. Un secolo che guarda ai testimoni più che ai maestri.
Tra Francesco di ieri e i cristiani missionari di oggi c’è un filo rosso: lasciarsi incontrare dal Vangelo e mettersi in cammino verso gli altri. Cambiano i luoghi, gli strumenti, le sfide, ma non cambia il cuore della missione: farsi prossimi agli altri con umanità, compassione e misericordia, considerandoli parte della storia che Dio scrive nel presente.

Graziella Mercuri

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