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In umiltà indicò alla Chiesa l’arte della comunicazione

Una voce che si faceva poema, la sua parola era basata sulla prossimità

Nella mia vita quotidiana il linguaggio non è un semplice strumento per scambiare informazioni, curare i vocaboli significa curare lo spazio che abito con l’altro. In questo aspetto ho trovato un rispecchiamento in San Francesco d’Assisi, un maestro che ha scardinato le rigide regole del suo tempo per inaugurare un’arte della parola basata sulla prossimità. Ancora oggi lo stile di Francesco indica una strada diversa: comunicare è fare spazio all’altro dentro di noi attraverso un atto di spoliazione, accettando di diminuire sé stessi per incontrare davvero qualcuno. Ai suoi tempi, la predicazione ufficiale parlava in latino dai pulpiti, guardando il popolo dall’alto in basso per difendere i dogmi anziché consolare le anime. Lui ribalta questo paradigma. La sua parola coincideva totalmente con la sua vita. Innamorato del modo di esprimersi, quando predicava la sua voce si faceva poesia: sceglieva il testo musicato, il canto e persino il francese – lingua cortese della sua giovinezza – per esprimere un’interiorità straripante che i rigidi canoni tradizionali non contenevano, per dirci che dobbiamo avere il coraggio di usare un linguaggio che sappia emozionare, perché solo ciò che emoziona può trasformarci. La sua svolta ha radici spirituali profonde: l’uso del volgare, la lingua del popolo e dei sofferenti.
Nel Medioevo questa scelta di campo era rivoluzionaria. Significava dire che la parte più sacra della vita spettava a tutti, anche a chi non sapeva leggere. Scegliere la “lingua del popolo”, usare vocaboli semplici e concreti, che sappiano di vissuto, usare la quotidianità per dire all’altro: “La tua vita mi interessa”, accorciando le distanze. Usando le espressioni di mercanti e contadini, Francesco faceva sentire chiunque riconosciuto nella propria dignità. L’efficacia del linguaggio francescano risiede nella capacità di superare le barriere ideologiche, come dimostra lo storico incontro a Damietta con il Sultano Malik al-Kamil, in piena Crociata. In un mondo diviso dall’odio, il Poverello spezza la catena di violenza e mostra che esiste un’altra via: attraversare il muro del conflitto per cercare l’uomo dietro l’avversario. Laddove il mondo vedeva un nemico, lui vide un fratello da ascoltare. Usò la parola come ponte di pace e sintonizzazione emotiva, condividendo un pezzo di umanità. Il Sultano rimase stregato dalla dolcezza di quel frate scalzo.
La comunicazione del Santo d’Assisi era una vibrazione cosmica che abbracciava l’intero creato, come nella predica agli uccelli a Bevagna o nel Cantico delle Creature. Parlare agli abitanti del creato era il riconoscimento di una dignità condivisa. La Chiesa ha ereditato da lui questa grandiosa intuizione: la verità non si impone, si propone attraverso l’empatia. San Francesco ci ricorda che curare le parole significa curare l’anima, perché la più grande opera di comunicazione rimane far sentire l’altro accolto e mai più solo.

Ilaria Lahoz

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