Le parabole dell’Ottobre Missionario ci mostrano la carità vera e autentica
Non è il titolo di un bel romanzo, ma un percorso che vogliamo fare insieme, come esigenza di trovare le nostre radici, attraversando la Scrittura e lasciandoci da essa attraversare. Nell’ “Ottobre Missionario”, addentrarsi nelle parabole di cui si serve Gesù per farci capire l’Immenso Amore di Dio, è aver capito il cuore del Vangelo da trasmettere dovunque ci si trovi : solo se partiremo da Lui, la carità sarà vera, autentica, svincolata da interessi personali.
Partiamo dalla prima tappa, quella della vigna (Mt 21,33-43) che il padrone in quattro verbi (piantò, circondò, scavò, costruì) esprime la sua cura nei suoi confronti e che successivamente affida a dei contadini perché continuino sulla stessa sua linea. Generoso il padrone, sfruttatori i lavoratori! Per impossessarsi del “raccolto”, uccidono – uno ad uno – tutti coloro che il padrone manda per sorvegliare, non risparmiando per ultimo neanche suo figlio! Deluso, amareggiato, cosa farà il padrone? Il Padrone, ossia Dio, “si ostina” nel portare avanti il suo progetto: egli è ontologicamente AMORE! Il nostro cuore è la vigna di Dio, da Lui abbiamo ricevuto diversi doni per servirlo, amarlo e costruire il suo Regno dentro di noi, ma a volte lo cerchiamo altrove. Torna a proposito S. Agostino col suo monito: “Torna al cuore e dal cuore va’ a Dio. Se infatti sarai tornato al tuo cuore, tu torni a Dio da un luogo che ti è assai vicino”. Il cuore è il luogo delle scelte: ricordiamoci sempre che il Padrone della Vigna è Dio, noi siamo tralci attaccati alla vera VITE! Il Signore si aspetta da noi grappoli d’amore, come veri figli di Dio, suo popolo e sua eredità!
“Innamorarsi di Dio è la più grande storia d’amore; cercarlo è la più grande avventura; trovarlo è la più grande avventura umana” (S. Agostino).
Nella seconda tappa siamo invitati al banchetto di nozze del figlio del re (Mt 22,1-14). La gioia della convivialità viene rifiutata da interessi personali e addirittura si passa alla violenza, uccidendo gli “scomodi” servi che portano l’invito! Il rifiuto è l’espressione della durezza di cuore che non si apre alla novità della “gioia”, dello “stare insieme come Chiesa che cammina sulle orme dello Sposo. Papa Francesco dice a riguardo: “Dio è buono verso di noi, ci offre gratuitamente la sua amicizia, la sua gioia, la salvezza, ma tante volte non accogliamo i suoi doni, mettiamo al primo posto le preoccupazioni materiali, i nostri interessi; e anche quando il Signore ci chiama, tante volte sembra che ci dia fastidio” (Angelus 12 ottobre 2014). Dopo il netto rifiuto, si realizza così la “Chiesa in uscita”, ai crocicchi delle strade per estendere l’invito al banchetto a chiunque abbia orecchi per ascoltare e cuore per accogliere. Bisogna però indossare l’ abito nuziale e la spiegazione ce la dà S. Agostino: “Il fine di questo richiamo, dice l’Apostolo, è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Questa è la veste nuziale”. Una carità operativa perché, come dice Dostoevskij: “Nell’amore astratto per l’umanità quasi sempre si finisce per amare solo se stessi”.
Nella terza tappa (Mt 22,15-21) ci troviamo in mezzo alle diatribe dei farisei e siamo sollecitati all’autenticità: a chi apparteniamo e da che parte stiamo? Ci agevola Gesù stesso quando dice: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Le monete appartengono a Cesare, ma l’uomo ha impresso nel cuore l’immagine di Dio. Rendere a Dio ciò che gli appartiene è vivere la realtà di grazia che è nel cuore di ogni uomo; vivere con impegno ed animo grato il rapporto filiale con Dio e testimoniarlo con una giustizia più alta non separata da quella umana: una giusta complementarità, che rende visibile Dio nella storia perché essa sia più umana. “Perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo ad una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”. (Fil 2,15-16)
“La vita spirituale è lasciare che Dio metta mano all’affresco che ha dipinto in noi e piano piano riporti alla luce la bellezza con la quale ci ha pensato. Questa è l’unica immagine che dovrebbe preoccuparci, non quella che stampiamo sulle false monete delle nostre relazioni interessate” (G. Piccolo).
Nella quarta tappa (Mt 22,34-40) si delinea che l’unica scelta da fare è amare Dio, noi stessi, il prossimo: un trinomio perfetto, inscindibile! Se non amiamo Dio, creiamo negli altri delle aspettative che solo Lui può soddisfare e noi ci priviamo del “diritto” di essere umani con i nostri pregi e difetti. Se non amiamo noi stessi, strumentalizziamo Dio per colmare i nostri vuoti. Se non amiamo il prossimo, siamo eterni narcisisti che pensano solo al proprio benessere. “La misura dell’amore è amare senza misura” (S. Agostino). “Amare come ci ama il Signore vuol dire apprezzare la persona che ci sta accanto e rispettare la sua libertà, amarla così com’è, gratuitamente. In definitiva, Gesù ci chiede di abitare nel suo amore, non nelle nostre idee, non nel culto di noi stessi; di uscire dalla pretesa di controllare e gestire gli altri, ma di fidarci e donarci agli altri” (Papa Francesco). Buon cammino!
Madre Maria Cecilia Borrelli – Famiglia Monastica Benedettina Fermo
La Voce delle Marche Periodico di informazione e cultura della Diocesi di Fermo fondato nel 1892