{"id":8777,"date":"2020-12-09T11:30:42","date_gmt":"2020-12-09T10:30:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=8777"},"modified":"2020-12-09T10:38:21","modified_gmt":"2020-12-09T09:38:21","slug":"riprendere-riprendersi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2020\/12\/riprendere-riprendersi\/","title":{"rendered":"Riprendere, riprendersi"},"content":{"rendered":"<h2>L&#8217;attore Stefano De Bernardin: un lavoratore dello spettacolo di questi tempi.<\/h2>\n<p>Premetto che il seguente soliloquio \u00e8 adatto a chiunque faccia dell\u2019arte il proprio lavoro e che non ho ancora sufficientemente chiaro in che fase della pandemia ci troviamo. Monologher\u00f2 come se fosse oggi il ricordo di ieri e il pensiero di domani.<\/p>\n<p>Alla fine della quarantena di primavera, mi ritrovai in uno di quei gineprai da cui si deve assolutamente uscire. Si intravedeva all\u2019orizzonte confuso degli eventi la possibilit\u00e0 di una ripresa. Di poter riprendere la propria professione con i dovuti accorgimenti e quindi di riprendersi: dall\u2019esilio forzato, dalla congestione creativa, dal personale dissesto economico. Mi misi decisamente a lavoro. Sarebbe stato semplice, sarebbe bastato dare la stura ad un otre gonfio di idee e di necessit\u00e0. Ovviamente la fuoriuscita del materiale a lungo contenuto e compresso fu eccessiva e dovetti procedere ad una scrematura. Ma non c\u2019erano problemi, pur con le limitazioni di un\u2019emergenza si potevano fare cose, si poteva dare vita all\u2019atto creativo, solo all\u2019apparenza povero, ma sempre generoso, come sempre generosa \u00e8 l\u2019arte per sua natura.<br \/>\nSe pensate che \u201cla cultura non si mangia\u201d, convincete tutti quelli che, dopo essere rimasti chiusi in casa ad ingannare il tempo con musica, film e libri, erano rimasti con l\u2019appetito per una cucina casalinga e gustosa, dopo mesi di surgelati e merendine. S\u00ec, perch\u00e9, fuor di metafora, andare al cinema, a teatro, a un concerto comporta l\u2019uso di quel senso di vita e scambio sociale, che la clausura aveva attutito, in maniera anche pericolosa.<br \/>\nSono un artista di arte vivente, che accade cio\u00e8 nel momento in cui viviamo e che per molti (pi\u00f9 di quanto si pensi o pensino loro stessi) \u00e8 necessaria a vivere. Semplicemente. Un artista, dicevo, che di quell\u2019arte ci vive e ci mangia e che, mosso da pi\u00f9 fami, tra cui quella reale, ha cominciato a riprendere e a riprendersi.<br \/>\nIl periodo successivo alla quarantena era il momento dell\u2019aria aperta e ho potuto congegnare qualche soluzione per banchettare con il mondo. E ha funzionato. A volte anche meglio della vecchia maniera. Sapete, le necessit\u00e0 fatte virt\u00f9 conducono spesso alla qualit\u00e0, la costretta nudit\u00e0 diventa poetica povert\u00e0 e credo di poter affermare di aver fatto del teatro francescano, efficace, senza fronzoli, realmente dissetante. E la societ\u00e0 rispondeva, il pubblico c\u2019era, forse pi\u00f9 selezionato, ma non sempre \u00e8 un male (non credo di essere un elitario, continuo a pensare che l\u2019arte debba educare il pi\u00f9 trasversalmente possibile, ma tant\u2019\u00e8, c\u2019\u00e8 sempre qualcuno pi\u00f9 educato di qualcun altro).<br \/>\nAndava tutto bene e si sperava potesse andare meglio. Si temeva anche potesse andare peggio, ma sono un ottimista della volont\u00e0. Ora, nel cuore dell\u2019autunno quando scrivo queste righe, si ri-presentano problemi di approvvigionamento culturale, proprio nel periodo del raccolto, delle conserve, dell\u2019assortimento della dispensa. Che fare?<br \/>\nUna delle soluzioni che sto applicando \u00e8 quella di \u201cfare come se non\u201d, effettuo una rimozione freudiana e procedo con il mio procacciamento continuo di lavoro, apro la stagione e programmo come se non dovessi mai morire. Purtroppo il mio livello di consapevolezza conscia \u00e8 troppo alto, precipita nella nevrosi del precariato che si aggiunge alla dittatura del precariato che \u00e8 parte integrante del mio lavoro e che manifesta nella piazza della mia anima al grido di \u201cma chi me l\u2019ha fatto fare\u201d.<br \/>\nA termini di legge, periodicamente decretati, il mio luogo di lavoro \u00e8 un universo concentrazionario di infezione. Ma questa \u00e8 facile polemica qualunquista, lo ammetto. Solo che ci sono altri universi che pur concentrando azioni potenzialmente pericolose, non subiscono la stessa sorte. E allora, marciando sul momento qualunquista (detestabile sempre), mi viene da pensare che, forse, ma \u00e8 solo un\u2019ipotesi, della cultura non frega niente a nessuno.<br \/>\nPortando l\u2019analisi suddetta ad un livello pi\u00f9 degno, direi che proprio non gliene frega niente a nessuno! Chiedo scusa, ma non trovo altro modo e altri motivi per uscire da questa impasse, perch\u00e9 proprio non ci sono: \u00e8 solo una questione di interesse pubblico e privato. In questa endemica e ontologica mancanza di sensibilit\u00e0 politica (nel senso della polis) mi trovo solo d\u2019accordo nel fatto che la mia professione si \u00e8 trovata ad agire in un contesto di beni di lusso. Ma, vi giuro, non \u00e8 colpa mia.<br \/>\nTorniamo seri, perch\u00e9 la cultura \u00e8 una cosa seria.<br \/>\nRidurre i posti nei teatri lo possiamo fare. Qualcuno lo ha fatto anche in maniera persino elegante, ristrutturando platee in stile minimalista, gestendo i vuoti con gusto e riducendo la sensazione di vuoto, che non sembri vacuo ma arioso. Io personalmente mi accontento anche delle sedute alternate, dei palchi monoposto o solo per congiunti, ma vorrei venisse fatto tutto con le giusto proporzioni: il numero massimo di 200 posti come direttiva standard \u00e8 solo un segnale di disinteresse incompetente.<br \/>\nSono convinto che non sar\u00e0 per sempre, ma esercitiamoci a gestire le emergenze (sono un pessimista della ragione) con il frutto dell\u2019intelligenza, per favore.<br \/>\nMi verrebbe senn\u00f2 in mente la prospettiva di Valentin, autore di cabaret tedesco degli anni Venti, che ventilava, per amore della statistica, di risolvere il problema di portare la gente a teatro costruendo un milione di teatri da un posto solo.<br \/>\nNon mi fermer\u00f2, sappiatelo, non posso farlo. Non ho l\u2019et\u00e0, n\u00e9 la possibilit\u00e0 di fare un altro mestiere. Quello che faccio lo faccio per amore, e l\u2019amore non si pu\u00f2 arginare, confinare. Ogni volta che un attore sale su un palco fa o dovrebbe fare un atto d\u2019amore complesso e completo.<br \/>\nChi assiste nel buio di una platea lo sa e lo apprezza, anche quando sembra disprezzarlo, perch\u00e9 si sa, l\u2019amore, quello profondo e insondabile, \u00e8 una spada che pu\u00f2 anche dividere gli amanti, allontanare i figli dai padri, affinch\u00e9 si compia. Mi voglio permettere: esercitare quest\u2019arte vivente, lavorare in teatro, \u00e8 una eucarestia.<br \/>\nRiprenderemo, mi riprender\u00f2. Ma voi, che al tepore e all\u2019intimit\u00e0 delle vostre dimore ora ci guardate e ci ascoltate nel nostro lamento di agnelli smarriti (o di lupi affamati!) e che tanto significate per noi quando venite a guardarci ed ascoltarci nelle nostre umili capanne travestite da palazzi, voi, non ci abbandonate, combattete affinch\u00e9 quello che adesso sembra non mancarvi, quando vi mancher\u00e0 non sia troppo tardi. L\u2019intero movimento dell\u2019universo avviene perch\u00e9 continuamente qualcuno racconta. Permetteteci di nuovo di raccontare. \u2022<\/p>\n<p>Stefano De Bernardin<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;attore Stefano De Bernardin: un lavoratore dello spettacolo di questi tempi. Premetto che il seguente soliloquio \u00e8 adatto a chiunque faccia dell\u2019arte il proprio lavoro e che non ho ancora sufficientemente chiaro in che fase della pandemia ci troviamo. Monologher\u00f2 come se fosse oggi il ricordo di ieri e il pensiero di domani. 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