{"id":8687,"date":"2020-10-18T18:00:01","date_gmt":"2020-10-18T16:00:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=8687"},"modified":"2020-12-09T11:19:22","modified_gmt":"2020-12-09T10:19:22","slug":"letteratura-dellesilio-e-dellesodo-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2020\/10\/letteratura-dellesilio-e-dellesodo-3\/","title":{"rendered":"Letteratura dell\u2019esilio e dell\u2019esodo"},"content":{"rendered":"<h2>&#8220;L&#8217;esodo&#8221; La tragedia negata degli italiani d&#8217;Istria, Dalmazia e Venezia Giulia di Arrigo Petacco.<\/h2>\n<p>&#8220;In questa ricostruzione, lontana da ogni interpretazione ideologica, Arrigo Petacco racconta la storia di un lembo conteso della nostra patria, in cui la presenza di etnie diverse ha favorito, di volta in volta manifestazioni nazionalistiche, quasi sempre dettate dall&#8217;ideologia vincente\u201d.<br \/>\nScrive l\u2019autore in seconda pagina di copertina: \u201cLe foibe? Variet\u00e0 di doline frequenti in Istria, spiega una delle nostre pi\u00f9 diffuse enciclopedie. E non aggiunge altro.<br \/>\nDel fatto che queste fosse comuni naturali siano le tombe senza croci di migliaia di italiani vittime innocenti della pulizia etnica slava non si parla neppure nei libri di scuola.<br \/>\nCome non si parla dell\u2019esodo forzato dei due o trecentomila italiani dell\u2019Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia che furono costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre dalla violenza sciovinista delle milizie del maresciallo Tito.<br \/>\nEppure \u00e8 storia di ieri. Una storia coeva di altre tragedie e di altri massacri di cui giustamente si ricorda ogni dettaglio, si onorano le vittime e si condannano i carnefici. Su quanto \u00e8 accaduto, tra il 1943 e il 1947, in quelle regioni un tempo italiane, grava infatti da mezzo secolo un assordante silenzio\u201d.<br \/>\nPer onorare queste vittime, la Repubblica Italiana istituiva con la legge n.92 del 30 marzo 2004 la Giornata del ricordo che si celebra il 10 febbraio di ogni anno. In questa occasione si vuole \u201cconservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell&#8217;esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della pi\u00f9 complessa vicenda del confine orientale\u201d.<br \/>\nTrascorrono quasi sessant\u2019anni (1943 \u2013 2004) prima di riconoscere la tragedia delle foibe e dell\u2019esodo degli italiani istriani, giuliani, dalmati.<br \/>\nScrive ancora Arrigo Petacco: \u201cFra il 1943 e il 1947 in questi inghiottitoi (Le Foibe) furono gettati dai partigiani titini migliaia di esseri umani vittime dell\u2019odio e delle passioni del momento. In grande maggioranza si tratta di italiani, ma ci sono anche tedeschi, ustascia, cetnici e persino soldati neozelandesi dell\u2019esercito britannico. Quanti? Gli storici delle parti avverse si sono spesso accapigliati sui risultati della macabra conta (10.000? 20.000? 30.000?) come se qualche cadavere in pi\u00f9 o in meno potesse modificare l\u2019intensit\u00e0 dell\u2019orrore\u201d (Arrigo Petacco, L\u2019esodo la tragedia negata degli italiani d&#8217;Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, pag. 59, Arnoldo Mondadori, collana le Scie, Milano, 1999).<br \/>\nLe due tragedie, quella della Shoah e l\u2019altra delle Foibe, non devono essere prese a pretesto dai partiti politici per minimizzare l\u2019orrore dell\u2019una per condannare l\u2019altra, quasi che le due tragedie si annullino a vicenda. C\u2019\u00e8 chi poi ricorda anche il massacro perpetrato dall\u2019Armata Rossa di circa tremila ufficiali polacchi uccisi nelle fosse di Katyn nella primavera del 1940.<br \/>\nAnche questa triste pagina di storia \u00e8 stata negata per troppo tempo. Al processo di Norimberga furono accusati del massacro i tedeschi, perch\u00e9 le armi e munizioni utilizzate dai russi erano tedesche. L\u2019Armata Rossa era stata capace anche di questo, pur di nascondere la verit\u00e0. Solo nel 2010 la Russia ammise la responsabilit\u00e0 dell\u2019Armata Rossa. Anche questa tragedia viene presa a pretesto da chi vorrebbe ridiscutere il Processo di Norimberga.<br \/>\nQuelli che sostengono questa tesi sono gli stessi che negano la Shoah.<br \/>\nAltri ritengono che Stalin non sia stato meno feroce di Hitler.<br \/>\nI kulaki, i contadini russi, tutti gli oppositori uccisi o deportati nei gulag sovietici sono accostati ai sei milioni di ebrei della Shoah. Sono state le due pi\u00f9 grandi tragedie del \u2018900. Il sonno della ragione ha fatto nascere dittatori di destra e di sinistra in ogni parte del mondo e in ogni epoca storica. Tutti i crimini vanno condannati senza nessuna giustificazione. Il saggio di Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra, 7 agosto 1929 \u2013 Porto Venere, 3 aprile 2018), L\u2019esodo- La tragedia negata degli italiani d&#8217;Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, cento novantasei pagine, diviso in tre parti: la Questione Giuliana, l\u2019Adriatisches K\u00fcstenland (Costa Adriatica), Istria Addio, \u00e8 un libro ricco di dati. Offre poi molte chiavi di lettura che permettono di avere un quadro ampio e dettagliato sulla vicenda: l\u2019atteggiamento del Partito Comunista Italiano che vedeva nel Maresciallo Tito il campione della lotta contro il Nazi Fascismo, la debolezza del governo italiano, il gioco diplomatico delle grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, l\u2019orientamento dell\u2019opinione pubblica italiana che vedeva nella rivendicazione dell\u2019Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia come un ritorno all\u2019idea di patria, cavalcata dal Fascismo in modo sciagurato.<br \/>\nL\u2019autore usa anche in modo equilibrato le fonti letterarie, memorialistica e romanzi, per ricostruire il quadro storico, sociale, politico e culturale dell\u2019Istria e della Venezia Giulia all\u2019indomani dell\u20198 settembre 1943 fino al 1956. La prima e la seconda parte del saggio costituiscono la premessa della terza parte, l\u2019esodo massiccio della popolazione italiana da Pola, dall\u2019Istria e dalla Dalmazia, verso l\u2019Italia.<br \/>\nI trattati di pace, la diplomazia internazionale, soprattutto quella inglese ostile verso l\u2019Italia, pi\u00f9 morbida quella statunitense, tutto indicava che il maresciallo Tito, capo supremo della Jugoslavia, vincitore sulla Germania Hitleriana, voleva tutta la Penisola Istriana e la Dalmazia. Un dispaccio dell\u2019agenzia britannica \u201cReuter\u201d del 21 agosto 1944 annunciava che il governo jugoslavo del Maresciallo Tito \u201cReclama tutte le regioni abitate da elementi slavi che non fanno ancora parte della Jugoslavia, e cio\u00e8: Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, Zara, e le isole dell\u2019Istria e della costa dalmata gi\u00e0 facenti parte dell\u2019impero austro \u2013 ungarico prima della guerra 1915- 18\u201d (Ibidem, pag. 76).<br \/>\nIl dispaccio allarm\u00f2 tutti, soprattutto Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Flottiglia Mas, costituita alla Spezia il 9 settembre 1943, che raccoglieva, oltre ai numerosi volontari, anche parte dei veterani dei mezzi d\u2019assalto protagonisti delle leggendarie imprese compiute a Malta, ad Alessandra d\u2019Egitto, a Gibilterra contro le unit\u00e0 navali della Mediterranean Fleet (la flotta militare inglese).<br \/>\nIl carattere nazional patriottico della Decima, forte di circa seimila unit\u00e0, fece breccia nella popolazione della Venezia Giulia. Molti risposero all\u2019appello, considerando l\u2019arruolamento alla stregua dell\u2019ultima spiaggia, \u201ccorsero alle armi persino i ragazzi come il tredicenne Sergio Endrigo, destinato a diventare un cantante famoso\u201d (Ibidem, pag. 79).<br \/>\nFu proprio Sergio Endrigo (Pola, 15 giugno 1933 \u2013 Roma, 7 settembre 2005) che dedic\u00f2 a Pola, sua citt\u00e0 natale, una struggente canzone Pola 1947. Endrigo abbandon\u00f2 con la mamma la citt\u00e0 dell\u2019Istria proprio nel 1947, per rifugiarsi a Brindisi assieme ad altri profughi istriani.<br \/>\nIl pap\u00e0 l\u2019aveva perso nel 1939. Il testo \u00e8 attraversato da una profonda nostalgia. Sergio Endrigo ritorn\u00f2 pi\u00f9 volte nella sua citt\u00e0 natale in segno di amicizia verso la comunit\u00e0 italiana di Pola ma anche verso tutti i popoli che hanno composto per anni il mosaico della Jugoslavia. Era amico del grande cantautore croato Arsen Dedi. \u2022<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 ascoltare la canzone Pola 1947 a questo link: <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=u93OzZ2gVXs\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=u93OzZ2gVXs<\/a><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Nel febbraio 1947, Tommaso Besozzi, corrispondente dall\u2019Istria per l\u2019Europeo scriveva: \u201cOvunque i segni della partenza, e che sia essa quasi totale non c\u2019\u00e8 dubbio. Trentamila sui trentaquattromila avevano chiesto di essere trasferiti sulla penisola e trentamila abbandoneranno realmente le loro case prima che Pola sia consegnata ai soldati di Tito. Lungo le banchine, da Scogli Ulivi fin quasi all\u2019Arsenale, si levano cataste di mobili. La neve li ha coperti. Si cammina per le strade di Pola; tutte le case rintronano di martellate. C\u2019era un grande bisogno di listelli, chiodi e cordame per imballare tutte le povere masserizie che venivano accatastate per strada, pronte per essere imbarcate sulle navi che avrebbero fatto rotta per i porti della Romagna, del Veneto e delle Marche. Gli abitanti che partivano potevano portarsi via tutto tranne oggetti e strumenti casalinghi il cui trasporto in Italia era rigorosamente vietato. Fra questi, le macchine da cucire, le biciclette, eventuali motoveicoli, apparecchi radio e qualsiasi tipo di elettrodomestico\u201d (Arrigo Petacco, L\u2019esodo la tragedia negata degli italiani d&#8217;Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, pp. 153- 154, Arnoldo Mondadori, collana le Scie, Milano, 1999).<\/p>\n<p>Quanto il Fascismo aveva fatto contro gli Ebrei anni prima (1938) con le famigerate leggi razziali, si ripeteva ora nei confronti degli abitanti di Pola da parte delle autorit\u00e0 iugoslave. Al peggio non c\u2019\u00e8 mai fine. \u201cI partenti venivano cos\u00ec a trovarsi nella situazione di alienare le proprie cose regalandole ai vicini di casa che non partivano oppure a venderle a prezzi di strozzinaggio. Un\u2019altra angheria riguardava la somma di denaro che ogni cittadino poteva portare all\u2019estero. Prima dell\u2019esodo, la somma era libera, salvo che le lire dovevano essere cambiate in dinari nella proporzione imposta dai titini di uno a tre. Successivamente, quando furono aperte le opzioni, la somma fu ridotta a tremila dinari mentre il cambio veniva fissato alla pari. Alla frontiera poi o davanti agli scali, le guardie di frontiera jugoslave facevano il resto. Strappavano ai legittimi proprietari collanine, anelli, orologi. I partenti erano alle completa merc\u00e9 dei doganieri senza che nessuna legge li tutelasse e ne garantisse i pi\u00f9 elementari diritti\u201d (ibidem).<br \/>\nEra difficile per la stampa comunista sostenere che quella massa macilenta di poveri che si ammassava disperata nei campi di raccolta, fosse composta di fascisti e di nemici del popolo. Eppure in molti, troppi si persuasero che le cose stessero proprio cos\u00ec. \u201cA Bologna, dove funzionava un centro della Pontificia Opera di Assistenza, accadde l\u2019incredibile: i ferrovieri comunisti minacciarono di scendere in sciopero se un treno di esuli provenienti da Ancona fosse entrato in stazione. Il convoglio con il suo carico umano disperato, fu respinto e dirottato verso La Spezia dove i profughi furono accolti ed ospitati in una caserma della Regia Marina e successivamente alloggiati in appartamenti messi a disposizione dall\u2019Amministrazione comunale. La storia di Pola era intimamente legata a quella della Marina militare, che della citt\u00e0 istriana aveva fatto una efficiente piazzaforte, fucina di uomini temprati alle dure fatiche del mare. Questa caratteristica la univa idealmente, e anche economicamente, alle altre citt\u00e0 militari come La Spezia, Livorno e Taranto, dove molti esuli contavano parenti, amicizie e conoscenze di lavoro e dove trovarono, pi\u00f9 che altrove, una buona accoglienza\u201d (pp. 164- 165).<br \/>\nNell\u2019ultimo viaggio effettuato dal piroscafo Toscana, il 20 marzo 1947, Pola era una citt\u00e0 fantasma, del tutto disabitata. Ben presto arrivarono dai sobborghi e da altri territori i nuovi padroni. Le autorit\u00e0 jugoslave avevano per\u00f2 un problema di non poco conto. Avevano bisogno di tecnici e delle maestranze italiane che fossero in grado di far ripartire le industrie di Pola. Si ebbe allora il contro esodo. Circa duemila operai e tecnici di fede comunista accettarono di trasferirsi nelle industrie di Fiume, nell\u2019Arsenale e nei cantieri navali di Pola. L\u2019operazione, sviluppata nel massimo segreto, fu il frutto di un accordo di vertice fra i comunisti jugoslavi e i comunisti italiani. I Monfalconesi, cos\u00ec saranno chiamati per anni questi operai, cominciarono ad arrivare in Jugoslavia verso la met\u00e0 del 1947: \u201cFurono accolti dignitosamente e sistemati con le famiglie in maniera adeguata. Le paghe erano decenti, gli alloggi scelti fra i migliori a disposizione nelle citt\u00e0 che li ospitavano\u201d (Pag. 173).<br \/>\nAlcuni di loro, ben presto si accorsero in quale realt\u00e0 erano precipitati e fecero fagotto, ritornandosene a casa. Altri rimasero, forti della loro importanza nella produzione industriale. Erano tutti iscritti alla federazione del Pci di Trieste, legato al pi\u00f9 forte partito comunista dell\u2019Occidente e sapevano farsi rispettare. I problemi cominciarono nel 1948 dopo la rottura fra Tito e Stalin, seguita al rifiuto jugoslavo di aderire al Cominform, l\u2019organizzazione creata da Stalin per imporre a tutti i partiti comunisti l\u2019obbedienza sovietica. Per i Monfalconesi fu un trauma, convinti sostenitori di Stalin e legati a doppia mandata a Palmiro Togliatti capo del PCI, che figurava tra i primi firmatari della risoluzione che \u201cscomunicava\u201d il Maresciallo Tito. Alcuni di loro costituirono nei cantieri di Fiume e Pola per qualche tempo una \u201cquinta colonna\u201d cominformista cui era affidato il compito di riportare la Jugoslavia nell\u2019orbita sovietica e liberarla dalla cricca di Tito, diventato nel frattempo, sulla stampa comunista, il \u201clacch\u00e8\u201d dell\u2019imperialismo.<br \/>\nPer un po\u2019, i Monfalconesi furono lasciati liberi di manifestare il proprio dissenso che sfoci\u00f2 in una aperta ribellione al teatro Partizan di Fiume. Erano stati convocati dai capi del Partito Comunista Jugoslavo. Questi si affannarono a spiegare quale fosse la propria posizione nei confronti del Cominform del quale respingevano le accuse All\u2019incontro erano presenti Ferdinando Marega, Angelo Comar e Sergio Mori, i capi dei Monfalconesi e con loro una foltissima rappresentanza di operai, tecnici italiani, tutti iscritti al PCI.<br \/>\nNel corso dell\u2019assemblea, il teatro con millecinquecento posti non risult\u00f2 sufficiente per ospitare tutti gli intervenuti. Ogni intervento dei compagni comunisti jugoslavi era subissato da urla e fischi prolungati. La situazione and\u00f2 avanti degenerando sempre pi\u00f9 fino a quando Ferdinando Marega non si lev\u00f2 in piedi e disse: \u201cQuesto posto non fa per noi. Andiamocene via\u201d e si avvi\u00f2 verso l\u2019uscita seguito da tutti i presenti fra grida che inneggiavano Stalin, Togliatti e l\u2019Unione Sovietica. Scesero in strada e intonarono a squarciagola l\u2019Internazionale. \u201cEra la prima volta che si svolgeva una manifestazione apertamente rivolta contro il potere comunista nel nome del comunismo\u201d (pag. 176).<br \/>\nQuesta fronda dei Monfalconesi non poteva durare a lungo. Infatti, verso la fine del 1948, l\u2019OZNA, la famigerata polizia politica del partito comunista jugoslavo inizi\u00f2 a fare retate dei ribelli, deportandoli nei lager dell\u2019interno e nelle isole, tristemente famosa fu l\u2019Isola Calva dove morirono in tanti. Solo Ferdinando Marega riusc\u00ec a fuggire. Ripar\u00f2 in Italia e inizi\u00f2 a raccontare ai propri compagni di partito quello che stava avvenendo in Jugoslavia. Raccont\u00f2 delle persecuzioni, delle torture, delle deportazioni e dei gulag jugoslavi dentro i quali erano stati rinchiusi tanti compagni che non avevano abiurato alla propria fede comunista. Non venne ascoltato. Anzi venne invitato, assieme ad altri Monfalconesi che riuscirono ad evadere dalla Jugoslavia, a mantenere il silenzio, per non danneggiare il partito.<br \/>\nE\u2019 stato triste il destino di chi per una fede politica ha sacrificato la propria vita in nome di un ideale fasullo, feroce e violento. La casacca, forse lisa e sdrucita del compagno comunista, aveva sostituito il nero saio del frate inquisitore medievale, ma la stoffa era sempre la stessa, quella dell\u2019intolleranza ideologica, della sopraffazione fisica dell\u2019avversario o presunto tale. E\u2019 quanto scriveva Ignazio Silone, cristiano senza Chiesa, socialista senza partito. \u2022<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi piace concludere alcune pagine di storia, raccontate da Arrigo Petacco, Anna Maria Mori, Nelida Milani, Sergio Endrigo, con uno stralcio di un articolo firmato da Marco Moroni e pubblicato alcuni anni fa dalla rivista Marca\/ Marche: \u201cMigrazioni di ieri, migrazioni di oggi: esodi e trasferimenti forzati nell\u2019Europa del Novecento\u201d, per la parte riguardante l\u2019esodo Dall\u2019Istria e dalla Dalmazia: \u201cAnche la Jugoslavia, oltre a realizzare una politica del fatto compiuto, in quanto Stato vincitore nei territori conquistati con le armi, volle far valere il criterio etnico.<br \/>\nNella Resistenza jugoslava ideologia politica e nazionalismo si intrecciano costantemente. Il comunismo jugoslavo \u00e8 intriso di nazionalismo; in particolare dentro il partito comunista croato nemici del popolo e comunit\u00e0 italiane coincidono. Le comunit\u00e0 italiane, inoltre, sono comunit\u00e0 urbane, composte da ceti urbani considerati borghesi e sfruttatori del popolo. Raoul Pupo ha fatto notare che la resistenza jugoslava ha le sue basi nelle campagne e l\u2019atteggiamento anti &#8211; italiano \u00e8 la rivincita delle campagne sulle citt\u00e0. \u00c8 una rivincita resa possibile da varie circostanze: l\u2019atteggiamento delle potenze alleate, la difficile posizione dell\u2019Italia che alla conferenza di pace siede fra i Paese sconfitti, ma anche il tracollo dello Stato dopo l\u20198 settembre 1943 (con il governo Badoglio scappato da Roma insieme con il re) e infine la grande debolezza del nuovo Stato italiano, dopo il 1945 quasi del tutto assente nel delicato confine orientale.<br \/>\nSi tratta di problemi politico-istituzionali che in quegli anni incisero profondamente sull\u2019esito della vicenda istriano &#8211; dalmata. Quello che \u00e8 accaduto in Istria e in Dalmazia dopo l\u20198 settembre 1943, in particolare tra 1944 e 1945, \u00e8 una delle pagine pi\u00f9 inquietanti della storia italiana. Dal settembre 1943 gli infoibati furono varie migliaia. Vennero colpiti non solo i fascisti, ma anche gli autonomisti e gli antifascisti, perch\u00e9 doveva risultare inattaccabile l\u2019equazione \u201citaliani uguale fascisti\u201d. Oltre alle foibe, sono state l\u2019esaltazione e l\u2019esasperazione del criterio etnico a portare all\u2019esodo: un grande esodo forzato per effetto del trattato di pace che, entrato in vigore nel settembre 1947, aveva assegnato alla Jugoslavia la maggior parte della Venezia Giulia prebellica, comprese le citt\u00e0 italiane di Pola, Rovigno, Parenzo, Fiume e Zara.<br \/>\nSono i fatti raccontati con ricchezza di particolari e con equilibrio storico nel libro di Raoul Pupo intitolato Il lungo esodo. Una nuova ondata migratoria si manifester\u00e0 dopo l\u2019intesa con la quale nell\u2019ottobre 1954 fu assegnata alla Jugoslavia la Zona B del Territorio libero di Trieste. Si calcola che, oltre alle varie migliaia di infoibati, furono circa 300.000 i profughi che tra il 1945 e il 1955 lasciarono le loro case per disperdersi nelle citt\u00e0 italiane o all\u2019estero, dopo essere stati nei Campi di raccolta sparsi per l\u2019Italia. Uno dei campi di raccolta era nelle Marche, a Servigliano. \u00c8 giusto dire che, mancando un atto formale di espulsione, non \u00e8 corretto parlare di pulizia etnica, ma in tutti quegli anni certamente vi fu una migrazione forzata indotta da innumerevoli atti di intimidazione, da sparizioni, da nuovi infoibamenti e da continue violenze che crearono una atmosfera di profonda insicurezza personale se non di vero e proprio terrore.<br \/>\nUno dei maggiori esperti di diritto delle minoranze, Theodor Veiter, non ha dubbi: la fuga di massa degli italiani da Istria e Litorale dalmata si configura come un atto solo apparentemente volontario, ma in realt\u00e0 \u00e8 da considerare un\u2019espulsione di massa\u201d.<br \/>\nDiego Zandel, autore del romanzo Testimoni Muti \u2013 Le foibe, l\u2019esodo, i pregiudizi, \u00e8 nato nel campo profughi di Servigliano da genitori fiumani. Scrive Maria Curkovic nella recensione del romanzo: \u201cMi guard\u00f2 e, pur restandosene muto, parve eloquente: il suo era il linguaggio del silenzio, di coloro che non avevano voce.<br \/>\nIl linguaggio delle vittime, le foibe, l\u2019esodo giuliano-dalmata, l\u2019esilio, gli odi e i pregiudizi politici, i ricordi personali e la storia s\u2019intrecciano sul filo di una memoria personale che diventa storia collettiva. La voce narrante \u00e8 quella di un bambino nato in un campo profughi, cresciuto in estrema povert\u00e0, circondato dal silenzio doloroso degli adulti; sar\u00e0 l\u2019incontro con un uomo, un testimone muto della tragedia a condurlo verso una nuova consapevolezza delle sue radici e della sua storia.<br \/>\nUn libro che non concede sconti e getta uno sguardo scomodo sugli avvenimenti seguiti al 1947 e al Trattato di pace di Parigi, nel tentativo di riannodare un filo spezzato dagli estremismi del secolo scorso dando voce a quanti soffrirono quei drammi, e nella speranza di far conoscere a tutti una materia spesso considerate d\u2019altri (Maria Curkovic, Letteratura sull\u2019Istria e l\u2019Esodo \u2013 libri storici \u2013 memorie e testimonianze di esuli).<br \/>\nConclude il prof. Marco Moroni nell\u2019articolo ricordato: \u201cOccorre impegnarsi per rimediare ai danni prodotti dalle vicende della storia. \u00c8 un impegno non facile: le ferite del passato europeo sono lente a rimarginarsi. Quei fantasmi possano essere facilmente risvegliati, toccando corde nazionalistiche, lo si \u00e8 visto drammaticamente sia in Serbia che in Croazia e in Bosnia nelle terribili guerre che hanno portato alla frantumazione della Jugoslavia. Sono conflitti che hanno insanguinato nuovamente l\u2019Europa per quasi tutti gli anni Novanta.<br \/>\nQuelle guerre hanno mostrato come sia necessario lavorare per rimediare ai danni della storia. Deve farlo anche l\u2019Italia. Finora l\u2019ha fatto solo in parte; anzi per lungo tempo, per convenienze di politica internazionale e di politica interna, ha rimosso l\u2019intera vicenda istriano-dalmata.<br \/>\nLa Giornata del ricordo, introdotta con una legge del 2004, ha voluto porre rimedio a questa rimozione, ma il lavoro da fare \u00e8 ancora lungo. L\u2019Unione Europea, alla quale quasi tutti i Paesi qui richiamati hanno aderito, deve essere capace di misurarsi con il proprio passato.<br \/>\nHanno da tempo incominciato a farlo in modo coraggioso la Polonia e la Germania, poi anche la Cecoslovacchia. Devono farlo anche l\u2019Italia, la Slovenia e la Croazia.<br \/>\nLa storia dei difficili rapporti fra le popolazioni italiane, slovene e croate non inizia nel 1943: inizia almeno nel primo dopoguerra e passa attraverso le violenze fasciste e poi, negli anni della seconda guerra mondiale, con l\u2019ancora pi\u00f9 violenta occupazione nazi-fascista.<br \/>\nQuelle violenze non possono essere ignorate e vanno riconosciute\u201d (Marco Moroni, Migrazioni di ieri, migrazioni di oggi: esodi e trasferimenti forzati nell\u2019Europa del Novecento, in Marca\/ Marche).<br \/>\nOccorre vigilare perch\u00e9 il clima culturale, che si sta vivendo nei confronti dell\u2019altro, complici tutti i problemi del momento storico (pandemia, crisi economica) non ricalchi alcuni infausti momenti propri della storia del Novecento.<br \/>\nLa responsabilit\u00e0 \u00e8 soprattutto di chi ha compiti educativi, senza sconti. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;L&#8217;esodo&#8221; La tragedia negata degli italiani d&#8217;Istria, Dalmazia e Venezia Giulia di Arrigo Petacco. &#8220;In questa ricostruzione, lontana da ogni interpretazione ideologica, Arrigo Petacco racconta la storia di un lembo conteso della nostra patria, in cui la presenza di etnie diverse ha favorito, di volta in volta manifestazioni nazionalistiche, quasi sempre dettate dall&#8217;ideologia vincente\u201d. 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