{"id":8610,"date":"2020-08-14T19:00:31","date_gmt":"2020-08-14T17:00:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=8610"},"modified":"2020-08-12T15:31:16","modified_gmt":"2020-08-12T13:31:16","slug":"letteratura-dellesilio-e-dellesodo-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2020\/08\/letteratura-dellesilio-e-dellesodo-2\/","title":{"rendered":"Letteratura dell\u2019esilio e dell\u2019esodo"},"content":{"rendered":"<h2>La rassegna, curata dal nostro giornale, continua con la lettura de &#8220;Bora Istria, il vento dell\u2019esilio&#8221; di di Anna Maria Mori e Nelida Milani.<\/h2>\n<p>Il libro, Bora Istria, il vento dell\u2019esilio, di Anna Maria Mori e Nelida Milani, pubblicato nel 2018 da Marsilio Editore per la collana Specchi, \u00e8 un testo ricco di memorie, ricordi, aneddoti e riflessioni.<br \/>\nLeggendolo, scrive nella brillante prefazione Guido Crainz, \u00e8 \u201cDifficile non pensare alla antologia di Spoon River di Edgar lee Masters\u201d, best seller degli anni settanta. In quarta pagina di copertina, scrive ancora Guido Crainz sul romanzo Bora Istria, il vento dell\u2019esilio: \u201cQuesto \u00e8 il libro da cui ho imparato una grande lezione di storia. Anche perch\u00e9 \u00e8 in primo luogo una grande lezione di sofferente umanit\u00e0\u201d. C\u2019\u00e8 l\u2019umanit\u00e0 di coloro che sono rimasti e di quelli che se ne sono andati.<br \/>\nAnna Maria Mori nel 1947 lascia con la famiglia la citt\u00e0 di Pola, dove \u00e8 nata nel 1936, per l\u2019Italia, destinazione Firenze. Nelida Milani, anche lei nata a Pola, dopo l\u2019annessione alla Jugoslavia della citt\u00e0 istriana, sceglie invece di restare, rinunciando alla lingua e alle consuetudini di un mondo che, con ferocia, veniva snaturato.<br \/>\nMolti anni dopo Anna Maria e Nelida, hanno provato a ripercorrere le loro vite, dolorose e ingiuste, uguali e diverse. Una di qua e l&#8217;altra di l\u00e0, si sono accorte che le loro vite combaciano perfettamente. Sono due vite parallele e sradicate: una dalla propria casa, dalla propria terra e dalla propria gente (Anna Maria Mori); l&#8217;altra dalla propria lingua, dalle proprie abitudini e dalla propria gente che partiva (Nelida Milani).<br \/>\n\u201cGli aneddoti si confondono con la cronaca, le riflessioni si intrecciano con la memoria in un viaggio dentro e fuori di s\u00e9, nei ricordi da confrontare con altri ricordi, e nei chilometri sulla costa o all\u2019interno dell\u2019Istria. Ogni volta che gli spettri dell\u2019esilio e dell\u2019intolleranza sembrano incombere nuovamente sull\u2019Europa, appare pi\u00f9 che mai necessario fare i conti con questa storia e con gli interrogativi che ancora l\u2019accompagnano. Essa ci parla anche e talvolta soprattutto dell\u2019Italia, della sua insensibilit\u00e0 di allora e dei decenni che sono seguiti, del suo non essere realmente nazione, perch\u00e9 altro sarebbe stato l\u2019animo di una nazione vera\u201d (A. Maria Mori, Nelida Milani, Bora Istria, il vento dell\u2019esilio, seconda pagina di copertina).<br \/>\nScrive Anna Maria Mori: \u201cNon mi piacciono in eguale misura, da sempre, n\u00e9 le etnie, n\u00e9 quello che con etnie pu\u00f2 fare rima, vale a dire le nostalgie. Della vita mi \u00e8 sempre piaciuto, persino con rabbia, il qui e ora, e in suo nome ho sempre cercato di guardare avanti. Sul pericolo di guardarsi indietro, c\u2019era la lezione che la sapienza antica ci ha tramandato e che io, istintivamente, ho subito fatta mia: vale a dire la leggenda di Orfeo, che proprio per aver guardato dietro di s\u00e9, venne punito dai suoi dei con la perdita della riconquistata Euridice\u201d (Ibidem, pag. 18). Di Pola e dei ricordi ad essa legati, Anna Mori vuole rimuovere tutto, solo dopo aver protestato contro le bugie di allora, quando si diceva ed anche in Italia che gli Istriani erano fascisti: \u201cNon \u00e8 vero che io, e tutti i trecento esuli istriani, siamo, eravamo, borghesi e fascisti. Non \u00e8 vero che tutta l\u2019Istria era slava e doveva tornare alla Jugoslavia. Non \u00e8 vero che tutta la mia gente \u00e8 solo nostalgica e irredentista\u201d (pag. 19).<br \/>\nIl 10 febbraio 1947, dopo un anno e mezzo di estenuanti trattative, i rappresentanti del governo italiano accettarono di firmare a Parigi il Trattato di pace che privava l\u2019Italia dell\u2019Istria, compresa l\u2019enclave di Pola. Nei giorni seguenti, le truppe alleate, che presidiavano questa citt\u00e0, furono ritirate per cedere il posto ai nuovi occupanti. Per gli abitanti di Pola si aprivano le porte dell\u2019esodo. Tutta la citt\u00e0 di Pola, che contava allora trenta quattro mila abitanti, era in smobilitazione. Trenta mila italiani avevano optato per la cittadinanza italiana e si apprestavano a lasciare la citt\u00e0 istriana.<br \/>\nRipensando alla gente che partiva, scrive cos\u00ec Nelida Milani: \u201cCi sono cose che accadono e non si sa bene perch\u00e9. Accadono e basta e noi ci stiamo dentro. Cosa possiamo cambiare? Nell\u2019aria \u00e8 sospesa una specie di angoscia che penetra fin nel fondo ai cuori.<br \/>\nDalle colline argentate di ulivi e dai paesi, dai boschi e dalle strade, dalle spiagge di scoglio sul mare, dalle vigne coltivate in fortezze di sasso, centinaia di figure e voci giungono in processione. Si susseguivano i dibattiti, discussioni, visite di commissari internazionali, cortei contrapposti, sputi e invettive, discorsi dal palco, la predicazione comunista \u2013 capo gettato all\u2019indietro, pugno sul tavolo come un martello \u2013 secondo cui la sola verit\u00e0 doveva essere la loro, scandita, urlata, sbraitata. E tutto sulla testa della povera gente, come se fosse in corso un processo per colpe storiche, ataviche, colpa di essere nati sotto una stella sbagliata. Tra gli avvertiti, c\u2019erano quelli che si sentivano imbiliati (infuriati) contro De Gasperi, quelli schiantati dal dolore, quelli che diventavano pensosi non potendo trovare la loro felicit\u00e0 nel primo piano quinquennale, quelli che parlavano del pi\u00f9 e del meno in preda a capricci di autocompassione o sull\u2019orlo della disperazione, quelli che avevano perduto tutto sotto i bombardamenti e non avevano ancora riparato i danni, cos\u00ec si difendevano dalla ferocia dell\u2019inverno con materiali d\u2019accatto, tavolacci, travature di legno, infissi, portoni, trafugati dalle batterie e dai cantieri, quelli che non riuscivano a digerire lo slavo, tentavano ma non ce la facevano, vendevano il mobilio per due soldi, non mangiavano pi\u00f9 e traslocavano con una tomba scavata nella testa, quelli che trovavano la cosa scandalosa e quelli che la trovavano naturale e giusta, quelli che mettevano in pratica la solita filosofia del focolare, \u201cfioi, acqua in boca, prima vedemo dove che tira el vento\u201d (pp. 133- 134). .<br \/>\nDa Pola partiva di tutto, finanche le ossa dei propri defunti, prelevate dal cimitero. Quasi tutti staccarono un pezzetto di pietra dall\u2019Arena romana per conservare un ricordo simbolico della loro citt\u00e0. Fu imballata anche la salma dell\u2019eroe Nazario Sauro per trasferirla a Venezia. Urgevano chiodi; ne furono distribuiti tre etti per famiglia. La motonave Toscana aveva nella propria stiva quattro tonnellate di chiodi e parecchi metri cubi di listelli da imballaggio. Tutti i mobili venivano portati lungo le strade.<br \/>\n\u201cRicordo il suono dei martelli che battevano sui chiodi, il camion che trasportava la camera da letto di zia Regina al molo Caron, avanzando tra edifici mortalmente pallidi di paura, e tutti gli imballaggi che infradiciavano nella neve e nella pioggia. La grande nave partiva due volte al mese, dai camini il fumo saliva al cielo come incenso e insinuava negli animi il tormento sottile dell\u2019incertezza e l\u2019ombra dell\u2019inquietudine; ognuno si sentiva sempre pi\u00f9 depresso dall\u2019aria di disgrazia che aleggiava sugli amici che si incontravano per strada. Via via il Toscana aveva informato tutti i polesani: le famiglie bene, molti professionisti, il farmacista, l\u2019ufficiale che ha sposato la cecoslovacca, il dentista che ha sposato l\u2019ungherese, il professore di inglese che ha sposato l\u2019italiana, la vedova di un ebreo, la bella Vanda che riceveva i soldati americani, lo scroccone di sigarette americane, l\u2019ubriacone che, caldo della grappa in corpo, scioglieva la neve dove cadeva disteso, il vecchio suonatore di rimonica seguito dal suo bastardino, le sorelle Antoni che imbarcavano anche il padre moribondo, pur non potendo ragionevolmente pensare che il vecchio sarebbe tornato come speravano per se stesse, e neppure avrebbe raggiunto la destinazione che si erano proposte. Era partito anche il parroco di Gallesano, trascinandosi dietro un cassone pieno di testi pi\u00f9 amati, Sant\u2019Agostino, Santa Teresa, e annunciava la fine del mondo per la domenica seguente. Centinaia di gallanesi ci credettero. Ma quando videro che non era successo niente non si arrabbiarono come si poteva immaginare. Pensarono che il prete aveva fatto male i calcoli e la maggior parte non smise di credere in lui. Part\u00ec il mondo dei mille mestieri, l\u2019operaio e l\u2019artigiano, il contadino e la tabacchina, l\u2019ortolano, il bandaio, il carraio, l\u2019impagliatore, il bottaio, il fornaio, il muratore, il veterinario. Partirono gli operai di fabbrica, i fonditori, i fabbri, i meccanici della K. und K. Marine Arsenal, i motoristi e i tornitori di Scoglio Ulivi, i falegnami e i calzolai, lo stagnino, la rammendatrice, il pastaio, il barbiere, i garzoni di bottega, i pescatori con odore di salsedine, di ostriche e di alghe, i minuti artigiani di ogni cosa, dal vino ai mattoni, dal sego ai vetri, dai cappelli ai nastri, dalle paste alimentari al saldame, dalle barche ai libri, dall\u2019opera lirica a giornali.<br \/>\nPartirono i padri dei ragazzi partigiani e poi anche gli ex partigiani. Invano avevano cercato di far fronte a una civilt\u00e0 incomprensibile. Che cosa avevano fatto per meritarsi quel mondo in cui sentivano di non avere alcuna possibilit\u00e0 di condurre una vita piena, realmente umana? Per noi che restavamo, era l\u2019inizio di una nuova era. Dopo, infatti, le cose non sarebbero mai pi\u00f9 state uguali, n\u00e9 facili\u201d (pp. 152 -. 154).<br \/>\nScrive ancora Nelida Milani verso quanti sono partiti: \u201cE se foste rimasti? Se con astuta pazienza foste rimasti in Istria, a casa vostra, le vostre case, le vostre stalle, le vostre campagne, i vostri appartamenti, non sarebbero stati occupati. Tutti i liberatori se ne sarebbero andati, uno dopo l\u2019altro. Ecco, anche questa l\u2019\u00e8 finita, avremmo commentato. Ecco, se ne sono andati anche costoro\u201d (pag. 236). Anna Maria Mori, pur avendo scelto l\u2019Italia come sua nuova patria, rimane una profuga. Lo impara a sua spese ogni volta che ha bisogno di un certificato: \u201cAllora: nata, dove? A Pola. L\u2019impazienza aumenta: questa qui si permette di far perdere tempo anche con una banalit\u00e0 come la geografia. Come ha detto? Pola, Istria. Questa volta l\u2019esitazione passa dall\u2019altra parte: qualche secondo di silenzio imbarazzato. E poi: Ah, in Jugoslavia. Lei \u00e8 jugoslava. Veramente no: io sono nata in Italia. Un\u2019illuminazione: Ah gi\u00e0, dimenticavo.<br \/>\nAllora lei \u00e8 profuga. E chiss\u00e0 perch\u00e9 la cosa, lei \u00e8 profuga, faceva cos\u00ec ridere il professore, la professoressa, l\u2019impiegata del comune o dell\u2019anagrafe che me lo chiedevano. A me veniva da piangere. Anche e soprattutto perch\u00e9 gli altri ridevano\u201d (pag. 237). \u00c8 la conclusione del romanzo. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La rassegna, curata dal nostro giornale, continua con la lettura de &#8220;Bora Istria, il vento dell\u2019esilio&#8221; di di Anna Maria Mori e Nelida Milani. 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