{"id":8445,"date":"2020-06-22T19:00:25","date_gmt":"2020-06-22T17:00:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=8445"},"modified":"2020-06-19T19:07:30","modified_gmt":"2020-06-19T17:07:30","slug":"letteratura-dellesilio-e-dellesodo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2020\/06\/letteratura-dellesilio-e-dellesodo\/","title":{"rendered":"Letteratura dell\u2019esilio e dell\u2019esodo"},"content":{"rendered":"<h2>La rassegna, curata dal nostro giornale, continua con la lettura de &#8220;La Foiba Grande&#8221; di Carlo Sgorlon.<\/h2>\n<p>&#8220;La peste nera scoppi\u00f2 molte volte nella nostra penisola, e si diffuse come l&#8217;olio, entrando nei vicoli dei paesi e delle citt\u00e0 distesi a prendere il sole sulle coste rocciose, facendo macello. Le citt\u00e0 venete della costa languivano semispente, come per un terribile saccheggio dei pirati. L&#8217;anziano podest\u00e0 di Capodistria, ricevute notizie dai suoi messi, si ficc\u00f2 le mani nei capelli. Sia Capodistria che il suo circondario erano estinti, e mancavano perfino le braccia per seppellire i morti. L&#8217;Istria stava morendo. Anch\u2019egli, pur vivendo nel cuore del disastro, difettava di notizie e di collegamenti. Le voci correnti modificavano tutti i giorni il numero dei morti, e anche le vittime della vecchiaia, della renella o della gotta venivano introdotte nel registro della peste\u201d(C. Sgorlon, La Foiba Grande, pagg.7- 9, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,1992).<br \/>\nPassata l\u2019epidemia, l\u2019Istria torna a ripopolarsi: \u201cIl podest\u00e0 scrisse due relazioni di suo pugno, che non facevano se non ribadire sempre daccapo l&#8217;idea che la penisola andava ripopolata in ogni modo; gente balcanica veniva portata quass\u00f9 con vecchie galere veneziane\u201d. Umizza, piccola cittadina immaginaria, posta all\u2019interno dell\u2019Istria, poco lontana dal canale di Leme, epicentro della storia, torna a rivivere: \u201cIl sangue della gente era molto mescolato. Tutti avevano una nonna croata o tedesca, un bisnonno ungherese, un prozio friulano o qualche ascendente che veniva dalle montagne dalmate. Benedetto Polo, l\u2019uomo pi\u00f9 singolare del paese, ricordava una bisnonna bellunese e un trisavolo raguseo\u201d (pag. 13).<br \/>\nLa storia galoppa. Arriva la prima guerra mondiale e la migliore giovent\u00f9 \u00e8 richiamata alle armi. Benedetto Polo non ha voglia di combattere contro nessuno tanto pi\u00f9 contro l\u2019Italia. Il suo cognome \u00e8 di chiare origini venete, come il pi\u00f9 conosciuto Marco Polo. Sposa Anna Radek che perde quasi subito uccisa dal paratifo. Anche lui viene colpito dalla stessa malattia ma la combatte e guarisce. Saluta Olga Radek, la madre di Anna, Filomena e Bartolomeo, i propri genitori e si imbarca per l\u2019America dove rimane per venticinque anni.<br \/>\nA Umizza, tutti mostrano meraviglia per la decisione presa da Benedetto che veniva visto come un punto di riferimento, solitario, pensatore, attaccato alla propria terra ma desideroso anche di fare esperienza in terre lontane. Frane e Vera, due ragazzi del posto non la pensano come gli altri; per loro Benedetto rimane sempre un mito. Filomena intanto, terminata la guerra, scrive al figlio, raccontandogli le novit\u00e0 del dopoguerra. Gli italiani, i nuovi padroni, non si comportano bene. Sopprimono le scuole croate. Rifanno la segnaletica, lasciando solo nomi italiani, quelli croati vengono italianizzati. \u201cImpiegati, questurini, carabinieri su ogni certificato stampavano dieci timbri, per ogni cosa prendevano informazioni, come se non si fidassero di nessuno, e neppure di se stessi. Agli istriani fumava la testa. Quello che sotto l\u2019Austria si poteva avere in tre ore, adesso si otteneva in tre settimane, quando le cose andavano bene, o in tre mesi\u201d (pag. 19).<br \/>\nDall\u2019America intanto, Benedetto scriveva alla mamma Filomena le proprie impressioni sul nuovo continente: \u201cIn America la gente non aveva radici, e per essa un luogo o l\u2019altro era lo stesso. Gli americani non vivevano nel pieno di una loro cultura ma nel vuoto, come fantasmi; al massimo avevano le proprie radici in un vaso di coccio zeppo di terra portata dal loro paese di origine, come alberelli da terrazza\u201d (pag. 22). Filomena, in Istria, si trova nel giorno della festa di Sant\u2019Anna a Rovigno assieme ad una sua amica, Partenija e dal paese, di notte vedono passare lontano, molte file di luci rotonde, che si muovono lentamente sul mare. \u00c8 la sagoma del transatlantico Saturnia che fa scalo a Trieste. Sulla nave \u00e8 imbarcato Benedetto che, all\u2019insaputa della mamma, si \u00e8 deciso di ritornare. Arriva a Umizza in corriera. Si ferma in una osteria dove chiede notizie sui Polo di Umizza. Viene informato che suo padre Bartolomeo \u00e8 morto e la mamma Filomena cura l\u2019amministrazione dei diversi poderi lasciati dal marito. In quello di Santa Barbara incontra Sim\u00f2n Manass\u00e8r, un contadino di grande corporatura, che sta sfoltendo le ultime viti. Aveva comprato il podere dal padre perch\u00e9 Bartolomeo Polo aveva bisogno di soldi. Filomena, l\u2019anziana madre di Benedetto, ha per il figlio poche parole: \u201c\u00c8 cos\u00ec che si ritorna, dopo tanti anni? Senza avvertirmi, senza scrivere neanche un rigo? Col rischio di darmi il crepacuore! Ormai ho i miei anni, sai! Non ci metto mica molto ad andare dietro a tuo padre\u201d (pag. 28).<br \/>\nPassano i giorni, le settimane e i mesi. Filomena vede che il figlio \u00e8 diverso da come era partito. Vorrebbe averlo vicino a s\u00e9 per raccontargli delle ipoteche che gravano sulla casa e sulle altre propriet\u00e0. Benedetto pensa che l\u2019unica propriet\u00e0 vera sia l\u2019Istria cos\u00ec diversa ma cos\u00ec bella. Acquista un cavallo e un calesse. Inizia a viaggiare per tutta la penisola. Nessuno lo sa, solo Vera se ne accorge sbirciando tra le sue carte, ma Benedetto \u00e8 conosciuto nell\u2019altra parte del mondo. Durante la permanenza in America ha imparato la nobile arte del vasaio, poi dello scultore. Riempie la casa di argilla. In breve, Benedetto, con i risparmi che ha, riscatta la casa, lavora e viaggia. Dalle sue mani escono sculture di donne. Nella campagna attorno a Umizza scopre i resti di un vecchio forno romano, forse dell\u2019antica citt\u00e0 romana di Nesazio di cui esistevano solo i resti, lo rimette in funzione e ci cuoce le statue di argilla.<br \/>\nInvita i compaesani a non occuparsi troppo delle propriet\u00e0: \u201cBenedetto era diventato un uomo imprevedibile. Parlava spesso di terra, ma la terra dei prati, dei vigneti e degli oliveti non lo interessava pi\u00f9. I campi venduti a Simon Manass\u00e8r e a Giusto Stefan\u00e8l lui li vedeva come fossero ancora suoi, e la stessa cosa era per tutte le terre di Umizza, ma in fondo anche per quelle pi\u00f9 lontane di Pisino, di Valle, di Fontana, di Pinguente, di Montona, di Canfanaro, e di tutta l&#8217;Istria, fino a Maresego e a Sandaniele in Carso. Filomena era sbalordita. Ma cosa diceva mai, quello strambo di Benedetto? Per lei era suo solo quello che era cintato da un rete, e che si poteva chiudere con lucchetti e catenacci, o che era stato registrato nelle carte del catasto fin dai tempi di Venezia\u201d (pag. 35). La gente di Umizza si chiede come mai non si sia sposato di nuovo. Alcuni per\u00f2 lo hanno visto in compagnia di una donna in altri paesi dell\u2019Istria. Ben presto si scoprir\u00e0 il mistero. Quello che alcuni del paese hanno visto a Rovigno, \u00e8 un suo sosia, Milan Bencovici che ha una sua donna.<br \/>\nVera \u00e8 orfana di padre, morto in galera a Gaeta perch\u00e9 si era ribellato alla italianizzazione del proprio cognome croato Radek in Radeco, colpendo un capitano italiano. Se il pap\u00e0 vivesse avrebbe la stessa et\u00e0 di Benedetto. La mamma Maddalena, perso il marito, si era rimboccata le maniche per stare dietro a lei, Vera e all\u2019altro figlio, Frane che studia al Liceo di Pola. Tutti e tre frequentano la casa dei Polo. Vera e la mamma aiutano Filomena che ritorna ad essere quella di sempre. Con le chiavi in mano della dispensa e dei magazzini ricolmi di ogni ben di dio, vino, olio, derrate alimentari, carne, d\u00e0 ordini a tutti anche se passa sopra alle stravaganze del figlio. La sua casa \u00e8 il punto di riferimento per tutta la gente di Umizza. Vera condivide con Filomena ansie e preoccupazioni, \u00e8 interessata a Benedetto, nonostante abbia trent\u2019anni pi\u00f9 anni di lei.<br \/>\nLa mamma Maddalena \u00e8 preoccupata per la vitalit\u00e0 spericolata della figlia. \u201cVera viveva sempre di corsa, e volava come una capra sulle pietre del Carso\u201d. Gli italiani avevano chiuso la scuola croata. I bambini slavi, da quando frequentavano quella italiana, non capivano niente di quello che dicevano i maestri venuti dal meridione. Vera ne organizza una in casa dei Polo. I bambini la frequentano e con lei capiscono le cose e si divertono anche. Vera \u00e8 una delle pi\u00f9 belle creazioni di Sgorlon. Bella, vivace e selvatica sar\u00e0 sempre punita dalla sorte per i suoi sogni, soprattutto in amore: prima con Vlado, poi con Benedetto, che la respinge solo perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 vecchio di lei di trent\u2019anni. Ma lei sapr\u00e0 sempre essere pi\u00f9 forte del destino che la contrasta.<br \/>\nScoppia intanto la seconda guerra mondiale nella lontana Polonia. Umizza \u00e8 scossa invece da una vicenda amara che sconvolge Michele Radole, proprietario terriero pi\u00f9 ricco del distretto. Cunizza e Rachele, le due nipoti, che aveva allevato come se fossero state sue figlie, si sposano. Pazzo per questo matrimonio, Radole in uno slancio di entusiasmo vende tutte le proprie terre e consegna alle due novelle spose due libretti di risparmio con molti zeri. Le due, sposate con due biondini di Pola, abbandonano il paese per l\u2019America. Intanto la nuova guerra pone il dilemma a molta gente da che parte stare. A Umizza v\u2019erano famiglie venete, croate, ma anche romene, dalmate, e tutte avevano qualche parentela rovesciata. Molti avvertono che Roma \u00e8 lontana, estranea, e che la protezione non sarebbe venuta da laggi\u00f9. La capitale aveva scatenato la guerra con modi scriteriati.<br \/>\nFrane, di carattere allegro, \u00e8 il fratello di Vera e amico di Benedetto. Sospetta che sua sorella ami in segreto Benedetto, ma \u00e8 certo che tra i due non pu\u00f2 succedere nulla di sconveniente. \u00c8 interessato a conoscere la storia dell\u2019Istria. trova in Benedetto il maestro: \u201cA Frane piaceva ronzare attorno a Benedetto, anche perch\u00e9 s\u2019immaginava di dovergli fedelt\u00e0, come se lo scultore fosse una specie di capitano e lui di soldato\u201d (pag. 74). Fedelt\u00e0, coraggio, resistenza, orrore per la menzogna e amore per l\u2019ordine e l\u2019autorit\u00e0 sono i suoi pilastri. \u00c8 troppo giovane per fare delle scelte ma era diventato un grande amico di Benedetto dal quale ama ascoltare la storia di Montecuccoli e di altri eroi.<br \/>\nAltro amico di Benedetto \u00e8 Vlado. Un giorno scompare da Umizza e si viene a sapere che combatte tra i partigiani slavi, gli uomini dei boschi. Se i tedeschi e gli italiani occupano le citt\u00e0, i partigiani vivono nei boschi. Poi c\u2019\u00e8 il Timavo, il fiume che ad un certo punto s\u2019inabissa nelle grotte di San Canzi\u00e0n \u201ccome fosse inghiottito dalla terra, e finisse nelle sue viscere per sempre\u201d e nessuno lo vede pi\u00f9 riemergere. \u00c8 il primo accenno alle foibe che cos\u00ec tristemente hanno reso famosa quella terra. Dir\u00e0 l\u2019autore verso la fine del romanzo: \u201cl\u2019Istria era destinata a diventare un nome conosciuto in tutto il mondo, con paura, proprio per le sue foibe e i morti che contenevano, come era gi\u00e0 famosa per i fenomeni carsici\u201d (pag. 309). Presto la terra istriana subir\u00e0 ogni sorta di sopruso.<br \/>\nCon i partigiani slavi ci sono le donne slovene che combattono contro i soldati italiani, attirandoli nei boschi e uccidendoli mentre li seducono a fare l\u2019amore. Il soldato Marino \u00e8 la prima vittima di Umizza di questo strano modo di combattere. Il giovane Frane, il fratello di Vera, sogna anche lui di vivere la guerra come una opportunit\u00e0 di gloria. Pensa che far parte dell\u2019esercito dei boschi voglia dire anche essere comunista, alla maniera dei russi, e in questo si sente naturalmente loro alleato.<br \/>\nCon l\u20198 settembre 1943, l\u2019esercito italiano in Istria come altrove, si dissolve. \u00c8 in sostanza un altro ribaltone, dopo quelle del 25 luglio \u201943 con la caduta di Mussolini, ma ancora pi\u00f9 chiassoso. Fuggono tutti. Gli italiani vengono sostituiti dall\u2019occupazione militare tedesca che non va tanto per il sottile. Risponde con rappresaglie agli attentati orditi dai partigiani slavi. Ordina il coprifuoco. La gente di Umizza non demorde. Vuole vivere come sempre ha fatto. Nelle cantine dei Polo si macella di nascosto la carne bovina. La ferocia della guerra continua. Molti iniziano a sparire. Nessuno sa dove siano andati. In molti inizia a farsi strada che la vicina Foiba Grande stia inghiottendo migliaia di morti. Milan Bencovici, il sosia di Benedetto, dopo aver perso la propria amante, scomparsa nel nulla, sposa Maddalena, la mamma di Vera e di Frane. Anche lui non torna pi\u00f9 a casa, inghiottito forse da una delle tante foibe istriane. Benedetto perde Lidia, la donna che aveva conosciuto in uno dei suoi tanti viaggi per l\u2019Istria.<br \/>\nAd Umizza molti pensano alla fuga. La rabbia slava sta montando in modo impressionante. Qualcuno, sbagliando, si fida degli slavi e pensa che sia venuta l\u2019ora di stare dalla loro parte. Vengono uccisi dai partigiani perch\u00e9 italiani. La gente comincia ad abbandonare in massa tutte le citt\u00e0 di mare. Qualunque mezzo: carri agricoli, camion, corriere, traghetti, velieri, \u00e8 buono per raggiungere Trieste, Ancona o Venezia. \u201cL&#8217;esodo andava accelerandosi. Era un flusso continuo. I profughi vendevano ci\u00f2 che era possibile, per quattro soldi, il bestiame, la terra, la casa, che peraltro non avevano quasi valore, perch\u00e9 erano minacciati di esproprio, e perch\u00e9 i venditori erano molti e pochissimi i compratori.<br \/>\nLasciavano le loro cose a parenti e amici, che le custodissero in attesa di tempi migliori, di un improbabile ritorno. I nuovi venuti erano slavi del sud, gente senza terra, n\u00e9 bestiame, che veniva su dalla Macedonia, dal Kossovo, dal Montenegro, con i capelli neri, la pelle cotta dal sole, poveri vagabondi alla ricerca di una sorte migliore\u201d (pag. 271).<br \/>\nBenedetto Polo \u00e8 l\u2019unica autorit\u00e0 morale che gli abitanti di Umizza rispettano. Aspettano solo che prenda la decisione di andarsene con i pochi rimasti: Vera, Filomena, Maddalena, Partenija, Frane. Anche Simon Manass\u00e8r viene sequestrato. Viveva solo come un orso, e perci\u00f2 si riseppe del suo rapimento soltanto quando si scopr\u00ec che la sua casa era vuota.<br \/>\nForse era una vendetta di qualcuno che lui aveva preso un po&#8217; in giro, o della sorte medesima, perch\u00e9 lui si credeva astutissimo, sempre in grado di cavarsela, quali che fossero le carte che essa gli metteva in mano. Era il pi\u00f9 forte e il pi\u00f9 furbo, il campione delle capacit\u00e0 di sopravvivenza, e cos\u00ec la costernazione degli umizzani superstiti fu pi\u00f9 intensa del solito (pag. 310).<br \/>\nNon possono vedersi nemmeno in chiesa perch\u00e9 chiusa dai nuovi padroni. Don Urbano, il parroco \u00e8 interdetto dal suo ministero. \u201cOrmai gli scomparsi erano centinaia e centinaia, anzi migliaia, e con maggiore insistenza si parlava di pattuglie di sequestratori. Alcuni erano stati prelevati per la strada, di notte. Erano usciti di casa e non vi avevano pi\u00f9 fatto ritorno. Di altri si diceva che erano stati sequestrati nella loro abitazione, nelle ore piccole, perch\u00e9 di notte la gente dormiva, s&#8217;abbandonava al sonno, indifesa e disarmata, e proprio allora qualcuno bussava alla porta, la vittima veniva prelevata, imbavagliata perch\u00e9 non strillasse, poi con il camion spariva nella notte, e del sequestrato non si sapeva pi\u00f9 nulla\u201d(pag. 277- 278).<br \/>\nTutto \u00e8 pronto per la fuga. I sei umizzani: Benedetto, Filomena, Vera, Frane, Partenija, Maddalena escono di casa quando \u00e8 ancora buio e percorrono una stradina che li porta verso il mare dove li attende un veliero: \u201cNessuno diceva niente, oppure frasi insulse, cui gli altri non rispondevano.<br \/>\nSi udivano i rumori del bosco, un breve sfrascare, un frullo di ali, uno strido di civetta. Frane fu il primo a scorgere il veliero, e la sua fu un&#8217;esclamazione gioiosa e spontanea. Lo si scorgeva appena. Era immobile, molto grande. Frane non aveva mai visto un veliero come quello nel fiordo di Leme e raramente anche in mare aperto, quando studiava nel liceo di Pola. Raggiunsero la nave. Una passerella di legno s&#8217;appoggiava a una roccia affiorante\u201d (pag. 318- 319).<br \/>\nIl veliero prende il largo: \u201cIl vento era pi\u00f9 che sufficiente per portare la nave fuori dal fiordo, senza ricorrere al motore. Frane guardava il bosco, che fuggiva veloce e appena percettibile.<br \/>\nQuando il veliero fu in mare aperto il ragazzo disse che nessuno li aveva visti e nessuno li avrebbe fermati, ormai. Non era proprio cos\u00ec. Due graniciari (soldati del KNOJ, il Corpo della difesa nazionale jugoslava) avevano veduto la nave, all&#8217;uscita dal vallone, e uno aveva proposto di sparare per dare l&#8217;allarme. Ma il suo compagno aveva alzato le spalle. Sparare? A che scopo? Per avvertire la guardia costiera? Se ne andavano, lasciavano l&#8217;Istria, e allora buon viaggio. La mattina dopo, prestissimo, Vera scorse Benedetto, che parlava sottovoce con Maddalena, e prov\u00f2 il morso improvviso della gelosia.<br \/>\nMa non voleva pensare a quelle cose, adesso. Voleva piuttosto riflettere sul futuro e a ci\u00f2 che avrebbe fatto a Venezia. Non avrebbe fatto la locandiera, ma la sarta. Aveva cambiato mestiere, nella sua fantasia, perch\u00e9 la locandiera era la professione che aveva progettato a Umizza. Ma il destino aveva cambiato le cose, e allora lei, per rivalsa, per fargliela vedere, aveva deciso di mutare tutto quanto. Guard\u00f2 Frane e gli disse qualcosa.<br \/>\nLui non le rispose, assorto a scrutare dalla parte della costa. Ma da ore ormai la terra non si vedeva pi\u00f9\u201d (pag. 319 \u2013 320). \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La rassegna, curata dal nostro giornale, continua con la lettura de &#8220;La Foiba Grande&#8221; di Carlo Sgorlon. &#8220;La peste nera scoppi\u00f2 molte volte nella nostra penisola, e si diffuse come l&#8217;olio, entrando nei vicoli dei paesi e delle citt\u00e0 distesi a prendere il sole sulle coste rocciose, facendo macello. 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