{"id":8243,"date":"2020-04-08T10:00:00","date_gmt":"2020-04-08T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=8243"},"modified":"2020-04-07T12:45:48","modified_gmt":"2020-04-07T10:45:48","slug":"letteratura-dellesilio-ultima-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2020\/04\/letteratura-dellesilio-ultima-parte\/","title":{"rendered":"Letteratura dell\u2019esilio &#8211; ultima parte"},"content":{"rendered":"<h2>La famiglia, le cucine, la guerra, il ritorno e l\u2019epilogo costituiscono i capitoli conclusivi del romanzo di Enzo Bettiza.<\/h2>\n<p><a href=\"https:\/\/wp.me\/p6m5Ic-27O\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Leggi la prima parte QUI.<\/a><\/p>\n<p>La famiglia.<br \/>\nIn questo capitolo, l\u2019autore rievoca le figure dei suoi antenati dal ramo paterno. Il nonno Pietro \u201cEra l\u2019esponente di maggiore spicco nella succursale spalatina del partito viennese di Lueger, di cui curava gli interessi e il radicamento elettorale anche nel resto della Dalmazia austriaca. Si badi bene soltanto austriaca, non austroungarica, come sarebbe piaciuto invece ai dalmati croati, desiderosi di staccare la Dalmazia dal legame diretto con Vienna per unirla alla Croazia dipendente da Budapest\u201d (pag. 176 \u2013 177). Questo legame non gli impediva tuttavia di avere rapporti con \u201cBajamonti, il sindaco risorgimentale della citt\u00e0 e appoggiare tutte le associazioni che erano covi italianeggianti e autonomisti, nel senso che perseguivano una politica di disturbo, mista all\u2019irredentismo mazziniano e di austriacantismo asburgico, sostanzialmente volta a mantenere la Dalmazia autonoma dalla Croazia e dall\u2019Ungheria e legata a doppio filo all\u2019Austria\u201d (pag. 177).<br \/>\nAltro antenato di questa galleria di personaggi \u00e8 il bisnonno Marino, fondatore dell\u2019impresa di costruzioni, di cui Enzo Bettiza utilizza un\u2019interessante osservazione autobiografica, trascritta nel suo testo originario: \u201cLa nostra famiglia, Dia sa come, \u00e8 diventata nell\u2019Ottocento uno scampolo esotico e lontano della grande rivoluzione economica e tecnica importata sul continente dall\u2019Inghilterra. Lo \u00e8 diventata, per\u00f2 in singolare contrasto con tutte le analisi e prognosi del prof. Marx. Il teorema marxista difatti, mentre assegna un ruolo trainante nell\u2019evoluzione del capitalismo alle nazioni pi\u00f9 progredite dell\u2019Occidente, degrada invece a una funzione negativa, quasi di freno feudale, le nazioni minori immerse nella palude di questo anacronistico impero semi orientale governato dagli Asburgo\u201d (pag. 180- 181). La fabbrica dei Bettiza impiantata a Spalato, secondo tutte le tecnologie e i modelli di produzione propri delle migliori industrie inglesi, smentiva l\u2019analisi di Marx. Pi\u00f9 volte il professore era stato invitato a Spalato per vedere di persona il modello spalatino. Venne impedito dalla malattia e dalla morte.<br \/>\nBettiza risale poi al trisavolo Girolamo Smacchia Bettiza, l\u2019iniziatore delle fortune dei Bettiza in terra dalmata, quando la Dalmazia e la sua costa divennero parte integrante delle nuove province illiriche. \u201cIl padre del bisnonno Marino, il trisavolo Girolamo, avventuroso uomo d\u2019armi e di commerci che esibiva un sonoro doppio cognome patrizio, Smacchia Bettiza, era riuscito non si sa come a conquistare la fiducia dei francesi ottenendo l\u2019incarico di vicetesoriere, praticamente di cassiere, dell\u2019armata di Dalmazia comandata da Marmont.<br \/>\nQuesto giovane e ambizioso generale, personaggio tipicamente stendhaliano, che dopo Wagram verr\u00e0 eletto da Napoleone al grado di maresciallo, aveva di fatto avocato a s\u00e9 gran parte dei poteri del governatore imperiale Dandolo, residente a Zara. Diventato il vero seppure discusso padrone della regione, il generale sent\u00ec la necessit\u00e0 di affidare la gestione corrente delle finanze della sua armata a un nativo che fosse non solo sveglio e competente, ma anche esperto in opere di costruzione\u201d (pag. 181).<br \/>\nIl trisavolo Girolamo Smacchia Bettiza \u00e8 l\u2019uomo giusto per il generale Marmont \u201cche voleva fare della Dalmazia una provincia esemplare tanto dal punto di vista strategico quanto estetico; lui che aveva eletto la bellissima Ragusa a sua lussuosa dimora regale, vagheggiava di trasformare l\u2019intera costa dalmata in una Costa Azzurra fortificata, munita di caserme confortevoli, bagni turchi, locande accoglienti, comode poste per diligenze e compagnie a cavallo\u201d. Venezia, repubblica talassocratica, si era servita di vie marittime per i propri commerci. Non aveva mai pensato di ricoprire il lungo litorale adriatico con una decente rete stradale. Il generale Marmont trova in Girolamo Smacchia Bettiza l\u2019esecutore materiale del progetto. Il trisavolo di Enzo Bettiza finanzia la costruzione della strada con i soldi francesi. Conflitto di interessi si direbbe oggi, s\u00ec perch\u00e9 Girolamo era il tesoriere dell\u2019armata francese e l\u2019appaltatore dei lavori voluti dal generale francese. L\u2019armata francese in Dalmazia era un pozzo senza fondo. Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone, dal quale Marmont riceveva ordini, rimproverava regolarmente i costi eccessivi. Il generale faceva orecchie da mercante. Andava avanti per la sua strada, anche quando Beauharnais, su pressione dello stesso Napoleone. lo invitava a \u201cverificare se non ci fossero violazioni di cassa\u201d, date le spese esorbitanti. Napoleone si ricrede quando viene a sapere che in un anno, dal 1807 al 1808, \u201cricalcando l\u2019antico tracciato romano, i soldati francesi e i manovali arruolati dal mio antenato, avevano esteso per le piane e le aspre montagne illiriche un cordone stradale lungo pi\u00f9 di trecento chilometri, confer\u00ec immediatamente a Marmont il titolo di Duca di Ragusa\u201d (pag. 184).<br \/>\nLe fortune del trisavolo Girolamo furono le stesse del generale Marmont. Venne premiato e incoraggiato all\u2019incremento del gi\u00e0 suo cospicuo patrimonio familiare. \u201cGrandi elogi ed incensi piovvero sul suo capo dopo un fatto d\u2019armi, modesto ma tipicamente balcanico. L\u2019eterogeneo esercito di genieri, fanti, gendarmi, manovali, manovalesse e vivandiere, guidato per centinaia di chilometri dal trisavolo nella costruzione della strada napoleonica, era giunto con le sue salmerie di muli e di cariaggi in prossimit\u00e0 del Montenegro: i lavori avrebbero dovuto arrestarsi e chiudersi entro i crepacci del fiordo di Cattaro\u201d (pagg. 185- 186). Il trisavolo, nel corso di una cruenta battaglia contro i montenegrini, spalleggiati dai russi in funzione antifrancese, fece scudo con il proprio corpo alla cassa del reggimento. Estrasse la pistola e fredd\u00f2 con un colpo un ufficiale cosacco. I banditi, privati del loro capitano di ventura e presi dal panico, si dileguarono tra le forre da cui erano spuntati. L\u2019episodio valse al trisavolo un tributo di onori e accrebbe ancor pi\u00f9 le proprie ricchezze.<br \/>\nLe cucine.<br \/>\nScrive Enzo Bettiza: \u201cEro gi\u00e0 abbastanza grande il giorno in cui domandai a mia madre, a bruciapelo, quale fosse stata la cosa che l\u2019aveva impressionata di pi\u00f9 trasferendosi dall\u2019abitazione dei suoi genitori nella casa di mio padre. Lei per un attimo rest\u00f2 pensierosa e perplessa. Poi senza esitazione, mi rispose: la cucina\u201d (pag. 209). La cucina era l\u2019ambiente pi\u00f9 vasto e pi\u00f9 fervido di tutta la casa. L&#8217;autore cos\u00ec passa in rassegna tutti i &#8220;rituali&#8221; che vi venivano svolti e i piatti preferiti dai suoi genitori: l&#8217;odojak (maialino da latte) e quelle che Vincenzo Bettiza chiamava &#8220;le cinque sinfonie culinarie pi\u00f9 maestose&#8221;: sarma, scorpena, lepre, beccaccia e pastizada. La cucina di casa Bettiza, in ragione della storia e della posizione geografica della Dalmazia, aveva contaminazione venete, triestine, slovene, turche, balcaniche, ungheresi, viennesi, perfino ebraiche come la panada, densa minestra color verde cupo fatta con pane raffermo e foglie di lauro\u201d (pag. 214).<br \/>\nLa preparazione dei piatti avveniva con la supervisione delle cuoche pi\u00f9 anziane; tra queste spiccava \u201cLuce Lisac, in traduzione italiana Lucia Volpe, per circa quarant\u2019anni al fedele servizio delle salmerie familiari. Era una donna mite, segaligna, ostinata e religiosa, munita per\u00f2, in armonia somatica col cognome, di due perforanti occhi volpini. Era una popolana, nata nello spalatinissimo borgo Lu\u010dac. Vergine e zitella non aveva mai sfiorato un uomo, n\u00e9 in giovent\u00f9 n\u00e9 durante la mezza et\u00e0\u201d (pag. 210). Credette di aver trovato l\u2019uomo della propria vita in et\u00e0 avanzata. Fu una scelta sbagliata. Le dilapid\u00f2 tutto. Visse di stenti. Enzo Bettiza la incontr\u00f2 per caso diversi anni dopo la seconda guerra mondiale, durante un suo breve soggiorno estivo a Spalato. Era seduta su una rudimentale sedia di paglia, sola e smemorata. Riconobbe Bettiza, e, dopo averlo abbracciato gli disse: \u201cCome sono stata stupida a lasciare la vostra casa. Chi \u00e8 nato nel dolore non dovrebbe mai cercare la felicit\u00e0, poich\u00e9 quella che trova \u00e8 un dolore ancora peggiore\u201d (pag. 211).<br \/>\nAll&#8217;et\u00e0 di cinque anni, Enzo consumava i suoi pasti in cucina in compagnia dell&#8217;agnellino Ga\u0161o, che portava anche a passeggio per la citt\u00e0 con la balia tenendolo al guinzaglio. Ad un certo punto i genitori del bambino, trovando la cosa indecorosa, fecero macellare Ga\u0161o, cosa che provoc\u00f2 al piccolo Enzo uno choc. La compagnia di Ga\u0161o occupa un posto di primo piano nell\u2019intero capitolo (pag. 255- 275).<br \/>\nLa guerra.<br \/>\nE\u2019 il capitolo centrale del romanzo, dove Enzo Bettiza ricorda i due tempi della guerra, quello breve del 1941 con l\u2019occupazione militare della Jugoslavia per opera delle forze dell\u2019Asse, e quello che si protrasse fino all\u20198 settembre 1943 con la dissoluzione dello Stato Italiano. Il regime fascista che si era spinto verso una italianizzazione della Dalmazia \u00e8 chiamato ben presto a pagare il conto. Savo, il federale, zelante fascista, viene ucciso in un attentato dal giovane comunista slavo \u010cerina. Enzo entra in grande confidenza con Frano Senti\u0107, miglior amico dell&#8217;attentatore, come gli viene successivamente rivelato. Frano \u00e8 un giovane croato che si \u00e8 costruito una grande cultura da autodidatta grazie alle carte appartenute allo scrittore Tin Ujevi\u0107, che aveva abitato presso la sua famiglia. Frano accumula grandi guadagni col mercato nero, rivendendo le merci, acquistate a Spalato, nei villaggi della Bosnia e dell\u2019Erzegovina. Enzo dal canto suo si appassiona alla pittura e al gioco d\u2019azzardo, arrivando a compiere piccoli furti in casa. Nei primi anni del dopoguerra, ridotta in ristrettezze economiche la propria famiglia, lo scrittore far\u00e0 molti lavoretti precari, prima di diventare giornalista e scrittore di successo.<br \/>\nIn un attentato terroristico nel 1942 muore Piero, figlio dello zio Marino, per una bomba esplosa durante il concerto di una banda musicale; solo dopo molti anni Enzo scopre che suo cugino era l&#8217;attentatore. Un&#8217;altra vittima del terrorismo \u00e8 il dottore croato Ra\u010di\u0107, sostenitore dell&#8217;idea di una Jugoslavia a guida serba, che viene trovato in un lago di sangue da Vincenzo Bettiza sulle scale di un palazzo.<br \/>\nIl ritorno<br \/>\nL&#8217;autore fa ancora il paragone tra i tempi della seconda guerra mondiale e quelli della recente guerra in Jugoslavia. In occasione dei suoi ritorni nella citt\u00e0 natale rincontra l&#8217;amico Frano, col quale si mette a rievocare i tempi andati. Un altro personaggio col quale s&#8217;intrattiene, malgrado abbia avuto con lui anche degli scontri di natura professionale, \u00e8 lo scrittore Milienko Smoje. L\u2019incontro con lo storico locale, di origine russa, Anatolij Kudrjavcev fa dire che per preservare l&#8217;integrit\u00e0 di Spalato ci vorrebbe una &#8220;dittatura municipale&#8221; ispirata a quella dell&#8217;antico sindaco Antonio Bajamonti.<br \/>\nEpilogo<br \/>\nL&#8217;autore prende in considerazione le conseguenze psicologiche dell&#8217;esilio e lamenta come in Italia ci sia una concezione distorta della storia recente della Dalmazia. Rievoca poi la nascita della citt\u00e0 di Spalato e fa notare come anche l&#8217;imperatore Diocleziano in fondo si fosse imposto un volontario esilio. Dichiara infine che comprese di essere un esule quando, una sera del 1945, dalla nave che portava lui e la sua famiglia verso l&#8217;Italia, vide allontanarsi le luci della citt\u00e0 natale: \u201cIl peschereccio, schiacciato dal peso di quell\u2019umanit\u00e0 fuggitiva, lev\u00f2 le ancore e punt\u00f2 la prua su Bari. Fino all\u2019ultimo io guardai l\u2019amico (Frano) che, in piedi sul molo, senza mai agitare la mano, diventava via via sempre pi\u00f9 minuto, pi\u00f9 fragile, pi\u00f9 evanescente. Quando si ridusse a un grigio puntolino nell\u2019azzurro, capii che il mio esilio era davvero incominciato\u201d (Pag. 467). \u2022<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/wp.me\/p6m5Ic-27O\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Leggi la prima parte QUI.<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La famiglia, le cucine, la guerra, il ritorno e l\u2019epilogo costituiscono i capitoli conclusivi del romanzo di Enzo Bettiza. Leggi la prima parte QUI. La famiglia. In questo capitolo, l\u2019autore rievoca le figure dei suoi antenati dal ramo paterno. 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