{"id":8172,"date":"2020-03-13T13:00:48","date_gmt":"2020-03-13T12:00:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=8172"},"modified":"2020-04-07T12:46:54","modified_gmt":"2020-04-07T10:46:54","slug":"letteratura-dellesilio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2020\/03\/letteratura-dellesilio\/","title":{"rendered":"Letteratura dell\u2019esilio"},"content":{"rendered":"<h2>La parola ad Enzo Bettiza: da Spalato a Civitanova Marche e ritorno &#8211; Prima parte.<\/h2>\n<p>&#8220;Il mio primo esilio aldil\u00e0 dell\u2019Adriatico dur\u00f2 soltanto un mese. Simile a una sequenza cinematografica inattesa e irreale, si consum\u00f2 velocemente in una cittadina delle Marche chiamata, se ben ricordo, Civitanova Mare. Quel duplice nome la distingueva dalla quasi anonima Civitanova Vecchia, abbarbicata come una rocca medievale sulla cima di un alto colle lontano dalla costa\u201d (Enzo Bettiza, Esilio, pag. 281, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996). La cittadina adriatica, come precisato da Enzo Bettiza nel corso di una conferenza, \u00e8 Civitanova Marche. La citt\u00e0 vecchia \u00e8 Civitanova Alta. Lo scrittore (Spalato, 7 giugno 1927 \u2013 Roma, 26 luglio 2017) venne invitato dall\u2019amministrazione comunale di allora per la presentazione del suo romanzo autobiografico Esilio. L\u2019incontro si tenne presso la chiesa Sant\u2019Agostino, restaurata e trasformata in auditorium, nella primavera del 1997, presente una folta rappresentanza delle scuole cittadine.<br \/>\nL\u2019esilio, il primo subito dall\u2019autore, \u00e8 quello relativo all\u2019aprile del 1941, allo scoppio della guerra tra l\u2019Italia e la Jugoslavia, l\u2019altro, quello del 1945 sar\u00e0 definitivo. L\u2019invasione della Jugoslavia ad opera delle forze dell\u2019Asse (1941) fu fulminea. La famiglia di Bettiza, temendo rappresaglie e vendette da parte degli slavi, fece rotta verso l\u2019Adriatico Occidentale, destinazione Ancona. Enzo e Marino, il fratello, partirono da soli da Zara, imbarcati su una grande motonave dei Consulich in partenza per il capoluogo marchigiano. Il pap\u00e0, la mamma e la sorella Nora, sordomuta erano partiti con un\u2019altra motonave.<br \/>\nTutta la famiglia si ricompone in Ancona assieme a tutti gli altri italiani di Spalato, Cattaro, Ragusa, Sebenico, Tra\u00f9, Almissa, Macarsca e delle isole.<br \/>\nNella fretta di partire, il pap\u00e0 aveva portato con s\u00e9 poche cose. Per alcuni giorni, tutta la famiglia rimane accasermata alla meno peggio in un albergo anconetano di seconda categoria che era stato messo a disposizione dalle autorit\u00e0 italiane. Da Ancona il viaggio prosegue verso Civitanova Marche, dove pap\u00e0, mamma, sorella e i due fratelli vengono alloggiati presso una famiglia marchigiana: \u201cCi accolse con calorosa cordialit\u00e0 nella sua dimora un negoziante di stoffe di Civitanova Mare. Un giorno quel signore generoso e premuroso, di cui ricordo il sorriso ma non pi\u00f9 il nome, invit\u00f2 mio padre nel suo negozio, lo fece entrare nel suo ufficio, apr\u00ec una piccola cassaforte piena di banconote e gli disse: Prego, prenda quel che le serve. Questa guerra con la Jugoslavia non durer\u00e0 a lungo. Mi restituir\u00e0 il prestito con comodo quando sarete ritornati alla vostra casa di Spalato\u201d (E. Bettiza, Esilio, pag. 285, , Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996).<br \/>\nIl denaro, avuto in prestito dal commerciante di Civitanova Marche, viene immediatamente restituito dal padre una volta che la famiglia ritorna a Spalato dopo appena un mese di esilio. Durante l\u2019assenza dalla citt\u00e0 dalmata, tutte le maestranze che lavoravano nella ditta paterna avevano provveduto diligentemente a proteggerne i beni. Erano operai, impiegati croati, e la numerosa servit\u00f9 spalatina. I Bettiza ricevono da loro una festosa accoglienza: \u201cCi corsero incontro numerosi e festosi, stringendoci le mani, taluni perfino riabbracciandoci, e prendendosi immediatamente cura dei nostri pochi bagagli\u201d (Ibidem, pag. 291). Il giovane Bettiza trova il clima cambiato. Fascisti italiani, tronfi per la vittoria riportata sull\u2019esercito iugoslavo, inscenano manifestazione nazionalistiche. Scrive: \u201cMi disturb\u00f2 e irrit\u00f2 profondamente, anche se non avevo ancora quattordici anni, il modo in cui certi scalmanati e urlanti fascisti dalmati ci fecero scendere dalla nave appena arrivata da Ancona. C\u2019intrupparono come tante pecore in processone e, con lo scopo di dimostrare alle maggioranze slave di Spalato che l\u2019epoca slava era finita, ci obbligarono a sfilare per la citt\u00e0 deserta, cantando minacciosi inni irredentistici (Giuriam sull\u2019onore dalmata che fra noi non esister\u00e0 pi\u00f9 un croato) al seguito di grandi stendardi tricolori e di una banda militare dell\u2019esercito italiano\u201d (Ibidem, pag. 287)<br \/>\nLa mamma, d\u2019origine slava, cammina in silenzio con il viso arrossato per la vergogna e l\u2019ira repressa. Ufficiali e soldati tedeschi, \u201cnell\u2019ostentato atteggiamento di superiorit\u00e0, trattano con la stessa arroganza tanto il nemico vinto, quanto l\u2019alleato di secondo rango che ha partecipato alla vittoria\u201d. Davanti alle manifestazioni nazionalistiche dei fascisti italiani non vanno tanto per il sottile. Sciolgono d\u2019autorit\u00e0 un corteo di fascisti spalatini che inneggiano alla vittoria. Il padre di Bettiza schiuma rabbia per i fascisti gradassi e spacconi. Solo Marino, il fratello di Enzo, vuole partecipare alla festa inscenata da fascisti. Sale verso la mansarda della propria casa per esporre alla finestra la bandiera italiana con lo stemma sabaudo. Chiede ad Enzo di appoggiarlo nell\u2019impresa. Il nostro a tutto pensa meno che a queste bambinate scioviniste. Interviene di corsa il padre che, richiamato da Enzo, solleva letteralmente il figlio, dandogli del cretino e vile. Tenendo sempre il dito puntato sulle case silenziose del vicinato, si lascia andare a un lungo e veemente bisbiglio: \u201cQuella brava gente ci conosce da sempre, vi ha visto nascere, con loro abbiamo avuto sempre rapporti buoni e amichevoli. Perch\u00e9 offenderla, innalzando la bandiera italiana, la bandiera dell\u2019aggressore e del vincitore\u2026 Perch\u00e9 umiliare i nostri operai e domestici croati, che ci hanno appena riaccolto dall\u2019esilio come parenti, con l\u2019esibizione inutile di un pezzo di stoffa colorata? Noi conviviamo con gli slavi da secoli\u201d (Ibidem, pag.294).<br \/>\nIl padre di Enzo \u201cPer nascita, per vicissitudini autobiografiche, formazione familiare, educazione scolastica, non poteva essere che cosmopolita e liberale. Aveva perfezionato il suo croato nelle reali di Spalato, aveva studiato il tedesco alle universit\u00e0 di Vienna e di Graz, aveva prestato servizio come sottotenente nell\u2019esercito austroungarico durante la prima guerra mondiale, aveva sposato una slava e i figli nati dal matrimonio erano, come lui, bilingui. Tutto, in un uomo con una simile formazione alle spalle, doveva per forza di cose opporsi intimamente alle violenze e sopraffazioni mononazionali e monoculturali, per non dire subculturali, del fascismo. Purtroppo per lui, e per tutti noi, l\u2019Italia arrivata con le armi e con le manette in Dalmazia era l\u2019Italia fascista\u201d (Ibidem, pag. 297).<br \/>\nSe questo era il padre, il figlio non doveva essere da meno. Giunto all\u2019et\u00e0 della ragione, aveva subito stabilito \u201cun nesso fatale e losco fra la nazionalit\u00e0 e la bestialit\u00e0. La mia fluida psicologia di confine, il mio carattere attirato dall\u2019ubiquit\u00e0, il mio stesso bilinguismo, mentale nonch\u00e9 orale, mi avevano fin da bambino predisposto all\u2019assorbimento naturali di influenze diverse e contrastanti. I miei sentimenti e la mia mente dovevano maturare quindi nel disgusto per ogni genere d\u2019amputazione semplificatrice verso il prossimo, e, in particolare verso me stesso. Segnato da iniziali influssi serbi nell\u2019infanzia (i nonni materni, la balia montenegrina), poi italiani nella pubert\u00e0 (i parenti del padre, nonni e zii), quindi croati nell\u2019adolescenza, ai quali dovevano aggiungersi pi\u00f9 tardi innesti germanici e russi, ho lasciato crescere poco per volta in me multiformi radici culturali europee; non ho dato mai molto spazio alla crescita di una specifica radice nazionale\u201d (Ibidem, pag. 284).<br \/>\nA Spalato e nella Croazia occupata, tutto precipita dopo l\u20198 settembre 1943 con il tracollo dello Stato italiano. Non ci sono pi\u00f9 istituzioni che tutelino la vita dei cittadini. Si susseguono attentati sanguinosi, faide, vendette nate dal pi\u00f9 profondo risentimento contro gli italiani visti solo come fascisti, colpevoli di italianizzare, con la forza, realt\u00e0 culturali diverse che appartenevano a sedimentazioni storiche che venivano da lontano. \u201cRicordo che pap\u00e0 esclamava infuriato: Vogliono non solo italianizzare ma fascistizzare col manganello, in ventiquattr\u2019ore, migliaia di slavi che neppure sanno che Mussolini si chiama Benito! Non era certo questa l\u2019Italia che noi aspettavamo!\u201d (Ibidem, pag. 298). L\u2019esodo definitivo da Spalato avviene nel 1945, quando il giovane Bettiza si imbarca su un \u201cpeschereccio pugliese di fortuna in rotta per Bari, pericolosamente sovraccarico di ebrei ungheresi, slovacchi, polacchi, romeni, fuggiti chi sa come dall\u2019Est e approdati all\u2019Adriatico\u201d (Ibidem, pag. 466). Ma di questo si parler\u00e0 in una prossima puntata, anche per fare una recensione completa del romanzo che alcuni critici letterari hanno accostato per certi versi ai Buddenbrook di Thomas Mann. La lettura di altri romanzi dell\u2019esilio ha l\u2019ambizione di creare poi uno scaffale di testi che testimoniano la tragedia tutta italiana dell\u2019esodo giuliano, istriano, dalmata. \u2022<\/p>\n<p>Fine prima parte<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/wp.me\/p6m5Ic-28X\">LEGGI LA SECONDA PARTE QUI<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La parola ad Enzo Bettiza: da Spalato a Civitanova Marche e ritorno &#8211; Prima parte. &#8220;Il mio primo esilio aldil\u00e0 dell\u2019Adriatico dur\u00f2 soltanto un mese. Simile a una sequenza cinematografica inattesa e irreale, si consum\u00f2 velocemente in una cittadina delle Marche chiamata, se ben ricordo, Civitanova Mare. 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