{"id":7724,"date":"2018-11-19T13:30:42","date_gmt":"2018-11-19T12:30:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=7724"},"modified":"2018-11-19T11:27:55","modified_gmt":"2018-11-19T10:27:55","slug":"la-terra-la-casa-la-famiglia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2018\/11\/la-terra-la-casa-la-famiglia\/","title":{"rendered":"La terra, la casa, la famiglia"},"content":{"rendered":"<h3>La fedelt\u00e0 in alcuni romanzi italiani del Novecento<\/h3>\n<p>I Malavoglia, il romanzo pi\u00f9 noto di Giovanni Verga \u00e8 la celebrazione della casa e della fedelt\u00e0 a tutti quei valori che intorno ad essa gravitano: onest\u00e0, fedelt\u00e0, affetti semplici e forti. E nel quadro di questa fedelt\u00e0 alla casa, anche l\u2019amore viene sacrificato. Nell\u2019amore di compare Alfio per Mena Malavoglia c\u2019\u00e8 una tristezza indicibile. Essa paga personalmente per le colpe di tutti. La casa del Nespolo sar\u00e0 riscattata dal pi\u00f9 piccolo dei Malavoglia: Alessi. Ma essa non \u00e8 mai il rifugio tranquillo dove si consumano i miti del benessere, ma il piccolo monticello bruno a cui tornano ad aggrapparsi le formiche dopo lo spasimo ed il via vai della disperazione e della tempesta. E in questa riconsacrazione della casa non ci sar\u00e0 pi\u00f9 posto per coloro che se ne sono allontanati: Lia e \u2019Ntoni. L\u2019addio di \u2019Ntoni di padron \u2019Ntoni da tutto un mondo di affetti e di legami semplici che lui aveva avuto prima della ribellione alla miseria, \u00e8 straziante. Quando ritorna dal carcere, Alessi, il pi\u00f9 piccolo dei Malavoglia lo invita a restare. \u2019Ntoni non se la sente di rimanere. Lui che aveva avuto il coraggio di dare una coltellata a don Michele, la guardia del paese e di cacciarsi nei guai, risponde cos\u00ec all\u2019invito del fratello: \u201cNo! &#8211; rispose \u2018Ntoni. &#8211; Io devo andarmene. L\u00e0 c\u2019era il letto della mamma, che lei inzuppava tutto di lagrime quando volevo andarmene. Ti rammenti le belle chiacchierate che si facevano la sera, mentre si salavano le acciughe? E la Nunziata che spiegava gli indovinelli? E la mamma, e la Lia, tutti l\u00ec, al chiaro di luna, che si sentiva chiacchierare per tutto il paese, come fossimo tutti una famiglia? Anch\u2019io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene\u201d. In quel momento parlava cogli occhi fissi a terra, e il capo rannicchiato nelle spalle. Allora Alessi gli butt\u00f2 le braccia al collo. \u201cAddio, &#8211; ripet\u00e9 \u2019Ntoni. &#8211; Vedi che avevo ragione d\u2019andarmene! Qui non posso starci. Addio, perdonatemi tutti\u201d.<br \/>\nIn Metello, il romanzo pi\u00f9 conosciuto di Vasco Pratolini, la dignit\u00e0 di Ersilia nel subire il tradimento del marito Metello con la bella Idina, cos\u00ec traspare in tutta la sua grandezza: \u201cSi imparano mille cose in un istante, non occorre essere stati a scuola, quando la vita ti colpisce a tradimento con le sue cattiverie: basta avere una spina dorsale che ti mantenga in piedi. Ersilia ne faceva in quel momento una dolorosa esperienza. La sua lealt\u00e0, il suo coraggio, la sua abitudine ad affrontare a viso aperto le ingiustizie ed i dolori che non le erano stati risparmiati, alla resa dei conti l\u2019avevano sempre trovata vincitrice, o comunque preparata a subirne l\u2019irreparabilit\u00e0. Se questo mondo \u00e8 una giungla, ella era nata e vissuta in quella giungla, particolarmente intricata ch\u2019era San Frediano; nondimeno, c\u2019era questa sua naturale solarit\u00e0, questa oasi e questa radura del cuore che ogni volta la illuminavano e le permettevano lo scampo. La stessa disgrazia che le aveva rapito il padre, ad esempio, e che aveva rappresentato la congiuntura pi\u00f9 sofferta e drammatica della sua vita, aveva favorito il suo incontro con Metello. L\u2019eterna forza dei semplici, di affidarsi e nello stesso tempo di non arrendersi al proprio destino. \u201cMale non fare, paura non avere\u201d. La sua fiducia nella vita, infine, aveva sempre trovato un esatto rapporto nella spontaneit\u00e0, nella chiarezza diciamo e nella costanza dei suoi sentimenti e dei suoi affetti. Ora per la prima volta era stata colpita alle spalle; e non per questo era crollata. Ma la sorpresa le aveva inibito una subitanea ribellione, lo stupore aveva sopraffatto l\u2019offesa. Forse da questa esperienza ne sarebbe uscita pi\u00f9 amorosa, pi\u00f9 comprensiva, pi\u00f9 saggia ma definitivamente disincantata, meno franca, meno spontanea e cordiale. Questo avvenimento, che d\u2019ora in avanti l\u2019avrebbe costretta a diffidare del proprio istinto, a cautelarsi contro l\u2019intrigo, segnava inconsciamente il suo congedo spirituale dalla giovinezza. Gi\u00e0 le era bastato un istante per possedere compitamente l\u2019arte della dissimulazione, questo ripugnante magistero a cui gli uomini sembrano avere affidato l\u2019equilibrio del loro rapporti\u201d.<br \/>\nNel libro La Luna e i fal\u00f2, uno dei romanzi pi\u00f9 belli di Cesare Pavese, Anguilla, il trovatello delle Langhe, ritornato nel proprio paese di origine, dopo esserne stato lontano per tanti anni, cos\u00ec canta la fedelt\u00e0 al mondo e agli ambienti che aveva visto fin da piccolo: \u201cVidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestra vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. La novit\u00e0 mi scoraggi\u00f2 al punto che non chiamai, non entrai sull\u2019aia. Capii l\u00ec per l\u00ec cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci sepolto insieme ai vecchi, intanto adesso mi faceva l\u2019effetto di quelle stanze di citt\u00e0 dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti\u201d.<br \/>\nCanelli era per il protagonista la porta del mondo perch\u00e9 vi passava la ferrovia, la stessa che aveva preso tanti anni prima: \u201cIl fischio del treno che sera e mattina correva lungo il Belbo facendomi pensare a meraviglie, alle stazioni, alle citt\u00e0. Cos\u00ec questo paese dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l\u2019ho visto davvero e so che \u00e8 fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.<br \/>\nUn paese ci vuole, non fosse per il gusto d\u2019andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c\u2019\u00e8 qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti\u201d.<br \/>\nIl paesaggio dell\u2019infanzia e della prima adolescenza ritorna prepotente nei ricordi di Anguilla: \u201cIo sono scemo, dicevo, da vent\u2019anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione ch\u2019era stata camminare per la prima volta per le strade di Genova \u2013 ci camminavo nel mezzo e cercavo un po\u2019 d\u2019erba. C\u2019era il porto, questo s\u00ec, c\u2019erano le facce delle ragazze, c\u2019erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov\u2019erano? Anche la storia della luna e dei fal\u00f2 la sapevo. Soltanto, m\u2019ero accorto, che non sapevo pi\u00f9 di saperla\u201d.<br \/>\nCos\u00ec Anguilla ricorda gli anni trascorsi alla Mora come garzone, dopo essere andato via da Gaminella: \u201cIl bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e ogni stagione aveva la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e i raccolti, e la pioggia o il sereno. L\u2019inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le mani scorticate e la spalla rotta dall\u2019aratro, ma poi, voltate quelle stoppie, era finita e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiar castagne, a vegliare, a girare nelle stalle, che sembrava sempre domenica.<br \/>\nMi ricordo l\u2019ultimo giorno dell\u2019inverno e il primo dopo la merla, quei mucchi neri, bagnati, di foglie e meligacce che accendevamo e che fumavano nei campi e sapevano gi\u00e0 di notte e di veglia, o promettevano per l\u2019indomani il bel tempo. L\u2019inverno era la stagione di Nuto. Adesso ch\u2019era giovanotto e suonava il clarino, d\u2019estate andava per i bricchi o suonava alla stazione, soltanto d\u2019inverno era sempre l\u00e0 intorno, a casa, sua, alla Mora, nei cortili\u2026<br \/>\nPoi veniva la stagione che in mezzo alle albere di Belbo e sui pianori dei bricchi rintronavano fucilate gi\u00e0 di buon\u2019ora e Cirino cominciava a dire che aveva visto la lepre scappare in un solco.<br \/>\nSono i giorni pi\u00f9 belli dell\u2019anno. Vendemmiare, sfogliare, torchiare non sono neanche lavori, caldo non fa pi\u00f9, freddo non ancora; c\u2019\u00e8 qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi\u201d.<br \/>\nSono pagine proprie delle Langhe, care a Cesare Paese, ma valgono anche per il nostro mondo contadino di tanto tempo fa.<br \/>\n\u00c8 importante tenerlo vivo nel ricordo.<br \/>\nC\u2019\u00e8 chi si vergogna di essere nato in una famiglia contadina.<br \/>\nIo ne vado orgoglioso. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La fedelt\u00e0 in alcuni romanzi italiani del Novecento I Malavoglia, il romanzo pi\u00f9 noto di Giovanni Verga \u00e8 la celebrazione della casa e della fedelt\u00e0 a tutti quei valori che intorno ad essa gravitano: onest\u00e0, fedelt\u00e0, affetti semplici e forti. E nel quadro di questa fedelt\u00e0 alla casa, anche l\u2019amore viene sacrificato. 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