{"id":7180,"date":"2018-05-24T14:00:11","date_gmt":"2018-05-24T12:00:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=7180"},"modified":"2024-11-06T16:53:48","modified_gmt":"2024-11-06T15:53:48","slug":"chi-puo-dire-malato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2018\/05\/chi-puo-dire-malato\/","title":{"rendered":"Chi pu\u00f2 dire: malato?"},"content":{"rendered":"<p>\u201c\u2026c\u2019\u00e8 un tempo per vivere e un tempo per morire\u201d<br \/>\nEcclesiaste<\/p>\n<p>Dalla concezione paternalistica, tradizionalmente fondante il rapporto tra medico e paziente, si va verso esigenze di conoscenza dal volto ormai chiaro. A cosa si (ac)consente, se non all\u2019intervento di chi ha giurato di prendersi cura della salute dell\u2019altro? Tuttavia, nelle disposizioni sul c.d. fine vita (e sul \u201cbiotestamento\u201d) si misurano impacci semantici che tristemente contraddicono ed invertono l\u2019andamento evolutivo della scienza medica. Se un tempo il medico &#8211; osserva un noto bioeticista &#8211; doveva evitare di nascondere &#8211; tanto bastava a dire adeguatamente consapevole il paziente &#8211; oggi il professionista deve informare, che, si badi, \u00e8 molto pi\u00f9 che comunicare. Non basta dire, occorre spiegare, dar modo di avere una percezione piena, talvolta persino alfabetizzare. Tutto semplice, o forse no (\u2026) Consentire a qualcosa implica l\u2019individuazione di quel qualcosa, ed oggi l\u2019impresa si fa pi\u00f9 che mai ardua; nutrizione e idratazione artificiali, per esempio: vi si fa ricorso anche per fronteggiare situazioni patologiche del tutto reversibili e, dunque, nient\u2019affatto terminali; l\u2019habitus mentale le colloca tra le emergenze di fine vita\u201d. E cos\u00ec, tutti i cittadini hanno diritto ad esprimere ora, consegnandole ai Comuni che hanno un registro, ad un notaio, lettere firmate autenticate con le loro decisioni future in materia sanitaria. O a vedere rispettati i documenti gia scritti e consegnati a pubblici ufficiali o ad associazioni.<br \/>\n\u00c8 cos\u00ec in vigore l. 22 dicembre 2017, n. 219: lex voluit. Ora, leggendo l\u2019art. 5, comma 2, sorge inquietante l\u2019interrogativo (l\u2019horror vacui di agostiniana memoria): quali patologie meritano tale consenso? come stabilire se sono in atto oppure no? basta una patologia qualsiasi a introdurre il tema del fine vita? Anche di fronte a una prognosi estrema, l\u2019evolversi della patologia quale pu\u00f2 essere? E \u00abquanto il paziente pu\u00f2 realisticamente attendersi in termini di qualit\u00e0 di vita\u00bb \u00e8 parametro \u201ccongruo\u201d? Prima che soggettivo, \u00e8 oggettivo? E ancor prima, \u00e8 conoscibile? A latere (la questione dell\u2019)accanimento terapeutico in concordia discors con la eutanasia.<br \/>\nSi \u00e8 giustamente stigmatizzato: \u00e8 la linea dove poter decidere &#8211; homo faber fortunae suae &#8211; la vita e la morte a spostarsi avanti, oppure \u00e8 la nostra capacit\u00e0 di sentirle quali dono a offuscarsi? La produzione di norme e l\u2019idea stessa di diritto si sono estese alla possibilit\u00e0 di regolamentare e controllare non soltanto salute e malattia, ma lo stesso generare e porre termine all\u2019esistenza, quando non \u00e8 possibile risolvere tali problematiche attraverso dogmi di nessun tipo, n\u00e9 confessionali e nemmeno scientifici e quantomeno mediatici, essendo necessario confrontarsi con loro cause e conseguenze, tanto nel rispetto di ogni caso personale, quanto in relazione ad un disegno sociale collettivo. Occorre cos\u00ec chiedersi pure cosa resti del libero arbitrio in un mondo dove lo scegliere non sembra rispondere tanto a finalit\u00e0 specifiche, quanto piuttosto ad una specie di ansia da prestazione che degrada misura e significato dell\u2019esistenza a criteri mercantilistici.<br \/>\nLe cose si complicano ulteriormente guardando al futuro della medicina: come predire di anni e\/o decenni la\/le patologie che saranno incurabili e quelle che non lo saranno? Con quale percentuale di probabilit\u00e0 o certezza si affronta un \u201cconsenso informato\u201d di questo tipo? E come pu\u00f2 percepire e comprendere l\u2019informazione un soggetto che non \u00e8 provvisto di strumenti conoscitivi \u201cpieni\u201d, o semplicemente di una condizione giuridica di piena disponibilit\u00e0 dei diritti? Per i profani, capita spesso di riflettere su questi temi per rispondere a luoghi comuni e stimoli provvisti di risonanza mediatica: tentazioni alle quali un \u201cgiurista\u201d dovrebbe restare immune.<br \/>\nPer i medici, in una visione ideale del mondo, l\u2019essere vivente \u201cuomo\u201d e l\u2019essere vivente \u201cuomo malato\u201d non sono mai pienamente prevedibili; ogni medico lo sa perch\u00e9 lo vive, ogni giorno, in corsia o nella sua \u201ccoscienza\u201d. In questo garbuglio inestricabile, se il problema di medicina e (bio)diritto non \u00e8 la morte (ineluttabile), un nuovo indispensabile Umanesimo dovr\u00e0 fare dell\u2019umana pietas il comun denominatore delle situazioni di malattia che volgono inesorabilmente alla fine. Pena la perdita definitiva del Senso. \u2022<\/p>\n<p>* alias Jeff Qohelet<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201c\u2026c\u2019\u00e8 un tempo per vivere e un tempo per morire\u201d Ecclesiaste Dalla concezione paternalistica, tradizionalmente fondante il rapporto tra medico e paziente, si va verso esigenze di conoscenza dal volto ormai chiaro. A cosa si (ac)consente, se non all\u2019intervento di chi ha giurato di prendersi cura della salute dell\u2019altro? 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