{"id":6154,"date":"2017-12-11T12:18:45","date_gmt":"2017-12-11T11:18:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=6154"},"modified":"2024-11-06T16:46:22","modified_gmt":"2024-11-06T15:46:22","slug":"il-pastore-sale-in-cattedra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2017\/12\/il-pastore-sale-in-cattedra\/","title":{"rendered":"Il pastore sale in cattedra"},"content":{"rendered":"<h2><strong><em>Fermo, 2-12-2017: inizia l&#8217;era di mons. Rocco Pennacchio<\/em><\/strong><\/h2>\n<p>Nella messa in latino, prima di salire i gradini dell&#8217;altare il celebrante diceva: \u201cIntroibo ad altare dei\u201d. Si rispondeva: \u201cAd Deum qui laetificat juventutem meam\u201d.<br \/>\nOggi non si dicono pi\u00f9 queste parole. Forse perch\u00e8 la giovent\u00f9 dei celebranti si \u00e8 ingiallita e appesantita. Non solo dall&#8217;et\u00e0. La venuta a Fermo del nuovo Arcivescovo, Mons. Rocco Pennacchio, ordinato a Matera il 25 novembre, e accolto nella Diocesi fermana il 2 dicembre, potrebbe ridare nuovo vigore ad una chiesa stanca e sfiduciata.<br \/>\nA Matera, negli anni &#8217;60, hanno abbandonato le belle chiese rupestri per edificarne di nuove in quartieri dove abita la gente. Potrebbe essere questa la missione di mons. Pennacchio: aiutare la nostra chiesa fermana a lasciarsi alle spalle una pastorale chiusa, rupestre, idonea per una societ\u00e0 che non esiste pi\u00f9. E attivarsi per una chiesa in uscita, dove la gente vive i suoi drammi, le sue solitudini, le sue incoerenze.<br \/>\nInutile rattristarsi dei tempi che corrono perch\u00e9 non conformi al nostro solito modo di procedere, impigriti da ci\u00f2 che riteniamo scontato in noi. Occorrer\u00e0 risvegliare i sensi, incarnarci nella storia, e tendere il desiderio verso ci\u00f2 che \u00e8 per sempre. L&#8217;essere dono sar\u00e0 cos\u00ec non un gesto pesante, ma lieve carezza, ombra della potenza di Dio. Scrive Papa Francesco, nella Evangelii gaudium: \u00abSolo grazie a quest\u2019incontro \u2013 o reincontro \u2013 con l\u2019amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall\u2019autoreferenzialit\u00e0. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo pi\u00f9 che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di l\u00e0 di noi stessi perch\u00e9 raggiungiamo il nostro essere pi\u00f9 vero. L\u00ec sta la sorgente dell\u2019azione evangelizzatrice. Perch\u00e9, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come pu\u00f2 contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?\u00bb (EG 8). Ecco allora tre sfide per noi sacerdoti, ma idonee anche per ogni battezzato.<br \/>\nLa prima sfida \u00e8 essere preti in un mondo diventato plurale. Si avverte che qualcosa si \u00e8 rotto. Le cose sono velocemente cambiate e non funzionano pi\u00f9 come prima. Si vive in un orizzonte di vita molto plurale, diversificato, in continuo movimento.<br \/>\nTutto cambia, tutto corre, tutto si rimodula continuamente. Si fatica a mantenere una stabilit\u00e0. Per riprendere una bella espressione di Michael Ende \u00abSiamo andati avanti cos\u00ec rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci\u00bb. Cosi, su tutte le questioni, da quelle quotidiane a quelle pi\u00f9 largamente esistenziali, si discute, si dibatte, si cambia, si predilige la teoria dei punti di vista rispetto alle visioni oggettive. Tutto rimane infinitamente aperto. Questo panorama invoca una presenza cristiana diversa, capace di aggiornare linguaggi e prassi pastorali che, talvolta, sembrano rimasti prigionieri di una cultura del passato, di un mondo simbolico e sociale che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. In questa situazione, il prete di oggi deve imparare l\u2019arte di suscitare una fede che sappia provocare l\u2019intelligenza umana, che sappia sfidarla su un terreno umano e razionale, che sia aperta al dialogo e al dubbio e non, invece, una fede che si presenta come una serie di cose da credere ciecamente. Dobbiamo entrare in dialogo per portare il nostro contributo sui significati culturali e lavorare per \u00abla vita buona\u00bb che la stessa umanit\u00e0 di Ges\u00f9 ci mostra. Dobbiamo farlo per\u00f2 imparando a entrare nel dibattito. Ci\u00f2 impone una nostra revisione degli stili di governo. Mostrando, cio\u00e8, a partire dal ministero sacerdotale, il volto di una Chiesa non ostile, non escludente, pi\u00f9 affascinata dalla diversit\u00e0 che dalla coerenza. Superando uno stile meramente autoritario, ai preti \u00e8 richiesto non di imporre il Vangelo ma di entrare in relazione, sostenere il dibattito, lanciare sfide e provocazioni, interrogare criticamente e, soprattutto, esercitare il discernimento delle situazioni reali delle persone, nell\u2019arte di un accompagnamento capace di ascolto, dialogo, attenzione, compassione.<br \/>\nLa seconda sfida \u00e8 essere preti in un mondo indifferente. Il postmoderno ha messo in crisi anche l\u2019ateismo forte, dogmatico, filosofico e politico di qualche decennio fa. Anch\u2019esso, infatti, si mostra troppo violento e troppo totalizzante per l\u2019uomo della postmodernit\u00e0. Egli ha preferito una nuova forma di assenza di Dio che Jean Vernette ha chiamato il \u00abpost-ateismo\u00bb in cui si \u00e8 lentamente passati dal rifiuto all\u2019assenza, dalla battaglia alla dimenticanza, dalla lotta all\u2019apatia.<br \/>\nSembra quasi un ateismo che si rivolge al campo affettivo ed esistenziale, alle immagini interiori che plasmano le visioni e gli stili di vita, a tutto un mondo che precede i contenuti e l\u2019adesione esplicita.<br \/>\nSpesso, non si tratta di una contestazione di Dio, ma di ci\u00f2 che viene fatto passare per Dio, cio\u00e8 di alcune sue immagini idolatriche e anti-umane. Forse l\u2019annuncio della fede \u00e8 rimasto distante dalla sfera affettiva, esistenziale ed emotiva. Forse, molti dei nostri linguaggi e delle nostre pratiche cristiane, non riescono pi\u00f9 a parlare ai desideri, alle speranze, ai sensi dell\u2019uomo.<br \/>\nLa fede cristiana continua ad essere percepita come una conoscenza intellettuale, un insieme di pratiche e leggi e non, invece, come una questione di apertura dei sensi, di domande, di stupore, di stili di vita. Ma la fede \u00e8 \u2013 definizione di Michael Paul Gallagher \u2013 \u00abun modo che Dio ci ha dato per immaginare la nostra esistenza\u00bb.<br \/>\nQuale immagine di Dio annunciamo? Quale umanesimo passa nell\u2019annuncio della nostra fede, nei nostri linguaggi, nelle pratiche ecclesiali, nelle forme istituzionali? E nell\u2019immagine di prete?<br \/>\nNel nostro cristianesimo si sente solo raramente parlare di desiderio, di sentimenti e di sensi, di immaginazione e di gioia. Probabilmente, per difendere la purezza e l\u2019integrit\u00e0 di qualche verit\u00e0, abbiamo trascurato di mostrare il carattere umano del Vangelo e il potenziale carico di gioia che la rivelazione porta con s\u00e9. Il prete, nelle forme dell\u2019annuncio, nella pastorale ma anche nello stile relazionale, deve intercettare le persone laddove esse vivono, nel luogo dove si trova il loro io, in sostanza, con dei nuovi preamboli di fede pi\u00f9 esistenziali che dottrinali. Cercando di parlare alle speranze, ai desideri, ai sogni, agli affetti. E mostrando, cos\u00ec, l\u2019umanit\u00e0 \u00abdifferente\u00bb di Ges\u00f9.<br \/>\nTerza sfida: essere preti con l\u2019arte della mistagogia. In un tempo plurale e mobile, si pu\u00f2 credere solo per scelta. Niente pu\u00f2 essere dato pi\u00f9 per scontato e occorre prendere atto che gli uomini del nostro tempo non comprendono pi\u00f9 la nostra ritualit\u00e0, i nostri linguaggi ecclesiali, le nostre liturgie o azioni pastorali. Non si tratta solo di trovare modi nuovi di comunicare il Vangelo. Si tratta di riscoprire l\u2019antica arte della mistagogia e intendere cos\u00ec il nostro ministero come un accompagnamento paziente e discreto che lasci emergere la bellezza del cristianesimo e del Vangelo dall\u2019interno delle stesse esperienze umane, dalle domande, dalle crisi. Abbiamo bisogno di preti che, con pazienza, svolgano un ministero di iniziazione: le persone devono essere introdotte nuovamente \u2013 e non solo in modo nuovo \u2013 alla preghiera, alla vita spirituale, alla liturgia, ai contenuti della fede, oltre i retaggi familiari e culturali di provenienza.<br \/>\nLa mistagogia significa, in questo caso, l\u2019arte di risvegliare l\u2019interiorit\u00e0 dell\u2019uomo per portare alla luce ci\u00f2 che gi\u00e0 abita in lui e, magari inconsapevolmente, lo orienta a Dio. Ci sono domande, situazioni, passaggi di vita, stupori, perfino esperienze traumatiche che a volte risvegliano le persone ad un sussulto spirituale. Tale vissuto, spesso non accompagnato, rischia di restare sommerso dalla routine quotidiana. Un compito fondamentale e mistagogico sarebbe quello di aiutare le persone a entrare in contatto con se stesse, aiutandole a riconoscere la grazia di Dio gi\u00e0 operante in loro e la potente bellezza che la fede potrebbe offrire ai loro percorsi. In questo modo, il cristianesimo non apparirebbe come una via esterna alla vita quotidiana ma come una promessa, un desiderio, uno spazio di tensione, un invito, una possibilit\u00e0. D\u2019altra parte, quest\u2019arte maieutica e mistagogica \u00e8 usata da Ges\u00f9 con i due discepoli di Emmaus: Ges\u00f9 non si impone, non inveisce, non formula dogmi, ma \u00abcammina con loro\u00bb e si presenta come il pedagogo della loro apertura interiore, che sblocca i loro sensi e la loro immaginazione, risvegliando in loro qualcosa. Un prete pu\u00f2 farlo nella prassi omiletica, nella catechesi biblica, nella direzione spirituale soprattutto ma, in generale, in uno stile che non si limita a consegnare la verit\u00e0 ma aiuta a scoprirla e a scoprirne le ragioni profondamente umane.<br \/>\nAl nostro Arcivescovo Rocco, a tutti noi sacerdoti, alle religiose e religiosi, al popolo di Dio un augurio con le parole del cardinal Martini: \u00abLa Parola fa frutto a suo tempo. Bisogna avere fiducia, perch\u00e9 la parola seminata va avanti da sola. Buttatela quindi con coraggio, non tenetevi indietro dicendo che il terreno non va e bisogna aspettare condizioni migliori, non crediate di essere voi i padroni della parola. Voi spargetela e poi andate pure a dormire; non pensateci pi\u00f9, ed essa da sola porter\u00e0 frutto\u00bb. \u2022<br \/>\n(Cfr. Francesco Cosentino (<a href=\"http:\/\/www.settimananews.it\/ministeri-carismi\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">http:\/\/www.settimananews.it\/ministeri-carismi<\/a>).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fermo, 2-12-2017: inizia l&#8217;era di mons. Rocco Pennacchio Nella messa in latino, prima di salire i gradini dell&#8217;altare il celebrante diceva: \u201cIntroibo ad altare dei\u201d. Si rispondeva: \u201cAd Deum qui laetificat juventutem meam\u201d. Oggi non si dicono pi\u00f9 queste parole. Forse perch\u00e8 la giovent\u00f9 dei celebranti si \u00e8 ingiallita e appesantita. Non solo dall&#8217;et\u00e0. 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