{"id":5561,"date":"2017-07-11T13:00:32","date_gmt":"2017-07-11T11:00:32","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=5561"},"modified":"2024-11-06T16:32:10","modified_gmt":"2024-11-06T15:32:10","slug":"lo-mete-lo-raduna-lo-vatte-memorie-di-un-piccolo-mondo-antico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2017\/07\/lo-mete-lo-raduna-lo-vatte-memorie-di-un-piccolo-mondo-antico\/","title":{"rendered":"Lo m\u00e8te, lo radun\u00e0, lo vatte: Memorie di un piccolo mondo antico"},"content":{"rendered":"<p>Biondeggiavano le spighe di grano nella campagna inondata dal sole. I campi, punteggiati qua e l\u00e0 da papaveri e fiordalisi, disegnavano uno scenario incancellabile dal gran serbatoio della memoria. La scuola giungeva al suo termine e per i ragazzi si aprivano tre lunghi mesi estivi. Gianni osservava i preparativi in casa per la mietitura del frumento. Questa, prima che apparissero le pi\u00f9 moderne mieti legatrici o le attuali mietitrebbiatrici, veniva fatta tutta a mano, con la falce, munita di un archetto, usata in posizione eretta con movimento rotatorio del corpo o nei pendii pi\u00f9 scoscesi, con la &#8220;falcetta&#8221;, rispettivamente &#8220;la missura&#8221; e &#8220;lo scigh\u00e8s&#8221; delle campagne brianzole. Cambiano solo i termini dialettali, ma l&#8217;operazione avveniva allo stesso modo.<br \/>\nI tempi, quelli s\u00ec, sono diversi. Da noi, falciatrici meccaniche adattate all&#8217;uso, mietilegatrici e mietitrebbie hanno fatto la loro comparsa molto tempo dopo. Il lavoro manuale invece era lo stesso. S\u2019iniziava di buon mattino, quando il sole di fine giugno era gi\u00e0 alto. Gli uomini, divisi in pi\u00f9 squadre, si allineavano all&#8217;inizio del campo e procedevano appaiati, dietro venivano le donne con il compito di legare &#8220;le cove&#8221;, i covoni di grano, dopo aver fatto &#8220;lu varzu&#8221;, pi\u00f9 steli di grano messi insieme. La fatica, il caldo, consigliavano di tanto in tanto il giusto riposo sotto l&#8217;ombra di qualche albero. La &#8220;vergara&#8221;, cesto in testa contenente &#8220;lu ciammellottu&#8221;, dolce fatto in casa, pane, ciauscolo, la &#8220;trufa&#8221;, la brocca di vino in una mano, nell&#8217;altra quella dell&#8217;acqua con pezzi di limone per smorzare di pi\u00f9 la sete, depositava il tutto sopra una candida tovaglia e si mangiava. Prima di sedersi, gambe acciambellate e accovacciate in terra, occorreva scegliersi un proprio &#8220;desco&#8221;, dopo aver schiacciato opportunamente le stoppie perch\u00e9 non pungessero troppo, ma erano piccoli dettagli ai quali non si faceva caso, importante era rifocillarsi, per riprendere poi il lavoro con pi\u00f9 lena.<br \/>\nGianni non ha l&#8217;et\u00e0 anagrafica per ricordarlo, perch\u00e9 \u00e8 un&#8217;usanza scomparsa con l&#8217;avvento della prima meccanizzazione agricola. Gli raccontava suo pap\u00e0, che spesso per sentire meno la fatica ed anche per dare quasi un ritmo al lavoro, i mietitori usavano intonare delle canzoni che sono entrate a far parte del nostro repertorio popolare: &#8220;Se vo&#8217; che te lo m\u00e8ta lo gr\u00e0 tua,\/ famme lu varzu e l\u00e8game la coa; \/ se vo&#8217; che te lo m\u00e8ta accantu terra; \/ porta la trufa e la patrona bella; \/ se vo&#8217; che te lo m\u00e8ta sotta sotta, \/ porta lo vino e la vergara ghiotta&#8221;. L&#8217;avvento della falciatrice meccanica, dotata di barra portalame o pettine, usata per falciare l&#8217;erba e adattata per mietere il frumento, limitava di molto il lavoro manuale.<br \/>\nIl mezzo veniva trainato dalle mucche, &#8220;le vacche&#8221; dai nomi pi\u00f9 romantici, &#8220;Cimar\u00e8&#8221;, &#8220;Palomma&#8221;, &#8216;Nnammur\u00e0&#8221;, che procedevano con andatura costante, n\u00e9 troppo lentamente, n\u00e9 troppo veloci per non spezzare il bastone di legno fissato trasversalmente ai coltelli, mosso da una biella con movimento rotatorio, posta all&#8217;inizio delle lame.<br \/>\nSu un seggiolino di ferro sistemato nel mezzo della falciatrice, un operatore guidava le mucche; su uno accanto, posto a destra del mezzo, proprio sopra la ruota destra, un altro contadino controllava l&#8217;operazione della mietitura e quando notava che su una piccola rastrelliera di legno fissata dietro alla barra portalame, si erano ammassati pi\u00f9 steli di grano, schiacciava con un piede una piccola leva.<br \/>\nIl gesto, sollevando la rastrelliera, lasciava cadere sul terreno, ad intervalli regolari, le cove sciolte. Si chiamavano &#8220;le pecorelle&#8221;, forse perch\u00e9 a guardarle da lontano somigliavano quasi a un piccolo gregge di pecore disseminate per la campagna. Avevano un linguaggio poetico i nostri contadini di una volta. S\u00ec, a guardarli da lontano, su una delle tante colline che disegnavano e disegnano tuttora il paesaggio marchigiano, i covoni sparsi per i campi sembravano simili ad un gregge di pecore accovacciate nei campi. L&#8217;introduzione del trattore impiegato come traino della falciatrice, accelerava di molto l&#8217;operazione. L&#8217;attenzione maggiore era posta nella guida del nuovo mezzo che doveva procedere con passo regolare, una brusca accelerata per superare un pendio o un avvallamento, avrebbe spezzato irrimediabilmente il bastone di legno e fatto perdere del tempo prezioso per ripararlo.<br \/>\nIl lavoro d&#8217;altri uomini, ma pi\u00f9 delle donne che venivano dietro alla falciatrice, consisteva nel legare i covoni ed ammassarli assieme, per farne &#8220;li cavallitti\u201d, mucchi di venticinque covoni di grano, incrociati sei per sei su quattro file, pi\u00f9 uno a formare il pennone, con le spighe di grano rivolte verso il basso; in caso di pioggia, l\u2019acqua scivolava via senza danneggiare il raccolto. Rimanevano nei campi, dieci giorni circa. Anche nella scelta del nome da dare alle cose, erano artisti i contadini di una volta. Quei covoni di grano ammassati nei campi, sembravano a chi li avesse osservati da lontano, dei bizzarri cavalli pronti a lanciarsi in una pazza corsa. \u201cScaf\u00e8t\u201d invece era il termine dialettale brianzolo con il quale i contadini della Brianza chiamavano quest\u2019ammasso di covoni nei campi.<br \/>\nFalciafienaie, falcette, falciatrici meccaniche scomparvero con l&#8217;avvento delle mietilegatrici trainate dal trattore, che facevano contemporaneamente le due azioni del mietere e del legare. Ebbero una vita relativamente breve perch\u00e9 si rompevano spesso, non legavano bene i covoni di grano e furono soppiantate dalle pi\u00f9 moderne mietitrebbie esistenti tuttora, che in un&#8217;unica operazione fanno quello che un tempo richiedeva settimane di duro lavoro.<br \/>\n&#8220;LO RADUNA'&#8221;<br \/>\nDopo la pioggia \u201cde li cavallitti\u201d, la si attendeva con gratitudine e puntualmente arrivava quasi sempre, venivano i giorni \u201cde lo radun\u00e0\u201d. I covoni venivano portati sull\u2019aia, a formare \u201clu varc\u00f2\u201d, la bica di grano ammassato, pronto per le trebbiatura. Era allora un andirivieni continuo di \u201cbirocci\u201d e \u201cbiroccette\u201d che facevano la spola tra l\u2019aia della casa colonica e la campagna. Erano trainati dalle mucche dai nomi pi\u00f9 romantici: \u201cPalomma\u201d, \u201c\u2019Nnammur\u00e0\u201d, \u201cCimare\u201d, \u201cGarbat\u00ec\u201d. Le bestie, gli attrezzi da lavoro, i protagonisti di allora riposano in mille angoli della memoria personale e collettiva. \u201cTutti dormono, dormono sulla collina\u201d. Tanti sono i fiumi della nostra Regione e tante le colline accarezzate dal vento. Non una ma nemmeno cento Spoon River basterebbero a raccogliere le loro voci. Nell\u2019aia, \u201clu varc\u00f2\u201d veniva su come per incanto. Al termine del lavoro, veniva issata sul pennone pi\u00f9 alto della bica, una croce. La sua preparazione era quasi un rito. Si prendevano due canne, si pulivano, si legavano assieme a formare una croce, all\u2019estremit\u00e0 veniva infilzata una palma benedetta d\u2019olivo con tre chicchi di sale ed il tutto veniva fatto benedire il giorno di Santa Croce. Aveva il potere di allontanare la grandine.<\/p>\n<p>&#8220;LO VATTE&#8221; &#8211; ERANO I GIORNI DELLA TREBBIATURA<br \/>\nI macchinisti mettevano diverse ore per &#8220;impostare&#8221; la trebbiatrice. Le quattro ruote venivano quasi interrate e bloccate con grossi ceppi. Meno lavoro richiedeva la \u201cposizionatura\u201d della scala per \u201clu pagli\u00e0\u201d della paglia e per quello della pula. La trebbiatrice doveva rispondere a tutte le sollecitazioni delle sue parti meccaniche: cinghie, volani, setacci e battitore, organo ruotante quest\u2019ultimo cuore della macchina stessa. Sistemavano la lunga scala posta a ridosso dell&#8217;enorme bocca dove fuoriuscivano gli steli di grano ridotti a paglia o a pula, che salivano a formare il pagliaio o &#8220;lu pul\u00e0&#8221;, mucchi di paglia o pula che mischiate assieme a piante foraggiere o al fieno (&#8220;lu pagli\u00e0 de la mestica&#8221;) servivano di alimentazione per le mucche nelle stalle. Il trattore veniva sistemato a debita distanza dalla trebbia, una grossa cinghia legava l&#8217;albero motore posto dietro alla trattrice al volano della macchina, attraverso altre cinghie, bielle, volani, il movimento veniva trasmesso ad altre parti della trebbiatrice. L&#8217;inizio dei lavori veniva aperto da un fischio prolungato della sirena. In un turbinio di polvere, la fase vera e propria de \u201clo vatte\u201d aveva inizio. I covoni venivano passati a forza di braccia, prima dell&#8217;avvento dello &#8220;&#8216;imboccatore&#8221;, dentro il &#8220;battitore&#8221; sistemato nella parte superiore della trebbiatrice. Bastava un nonnulla per scivolare e perdere l&#8217;equilibrio, in questo caso le disgrazie non si contavano; un balzo felino del macchinista sul trattore a togliere il gas dell&#8217;acceleratore, un colpo di mano ben dato alla lunga cinghia che trasmetteva il movimento alla macchina e tutto si bloccava, ma erano attimi di terrore. Ripreso il lavoro, i covoni di grano venivano lanciati dai contadini sistemati sul &#8220;barcone&#8221; a quelli sopra la macchina, questi li scaraventavano di nuovo all&#8217;interno del battitore. Il grano fuoriusciva nella parte anteriore della macchina. Qui vigilavano attenti \u201clu verg\u00e0\u201d e \u201clu fatt\u00f2\u201d; ognuno controllava l\u2019altro. Il grano veniva raccolto nei sacchi di iuta o di canapa. Il sacco veniva afferrato saldamente con le due mani, un colpo per portarlo al ginocchio, da qui, con un altro movimento rapido, alla spalla. Era una gara tra gli uomini pi\u00f9 robusti a portarlo in spalla, un quintale alla volta, su per le scale fino alla soffitta della casa colonica. L\u2019arsura era tanta. Veniva spenta dal vino e dall\u2019acqua portati in cima alle scale, all\u2019opere, da \u201cfrichi\u201d e \u201cfriche\u201d. Sui pagliai della pula e della paglia si alternavano le &#8220;opere&#8221;, i contadini venuti dalle vicine case coloniche secondo l&#8217;antica usanza de &#8220;lu raiudu&#8221;; oggi a me, domani a te, si valutava soltanto quanto era grande &#8220;l&#8217;ara&#8221;, gli ettari del terreno, per decidere quante &#8220;opere&#8221; si sarebbero dovute dare, in cambio dell&#8217;aiuto ricevuto, ma si peccava sempre per eccesso, mai per difetto. Era un&#8217;usanza diffusa anche nelle campagne brianzole; anche in quest\u2019occasione, tra i contadini, vigeva il detto: &#8220;Sem al mund per wutas&#8221;. Siamo al mondo per aiutarci e quando per il contadino arrivava il giorno della trebbiatura del frumento, giungevano altri &#8220;pais\u00e0n&#8221; (contadini) dalle cascine vicine, per prestare la loro opera, tanto erano sicuri che quando fosse toccato a loro trebbiare, avrebbero avuto tante braccia, quante quelle che avevano prestato. Questa s\u00ec che \u00e8 una cultura scomparsa, lass\u00f9, come qui, perch\u00e9 l&#8217;individualismo esasperato, la sete di guadagno ha portato alla furbizia e uno che non \u00e8 pi\u00f9 furbo del proprio vicino, non pu\u00f2 essere considerato tale. Non \u00e8 una gran cultura. \u00c8 una decadenza. Meglio l&#8217;ingenuit\u00e0 e l&#8217;onest\u00e0 di una volta, ma cos\u00ec va il mondo. Durava pi\u00f9 ore la trebbiatura del frumento. L&#8217;aia era gremita di persone che si avvicendavano su &#8220;lu varc\u00f2&#8221;, &#8220;lu pagli\u00e0&#8221;. Si mangiava pi\u00f9 volte e bene nel corso del lavoro, quello che la vergara aveva allevato per tutto l&#8217;anno: capponi, papere, oche, galline, il tutto innaffiato dal buon vino. La tavolata pi\u00f9 affollata era al termine della battitura, con tutte le opere presenti, mentre i macchinisti e il fattore mangiavano a parte.<br \/>\nNei giorni della trebbiatura era un andirivieni continuo di bisognosi, tra questi, il frate addetto all\u2019elemosina, detto \u201clu frate cercat\u00f2\u201d. Si avvicinava nei pressi della pesa. Aveva in consegna dal contadino diverse sessole (Recipiente di legno usato come unit\u00e0 di misura) di grano, pi\u00f9 di quanto era nelle sue possibilit\u00e0. Era consuetudine assai diffusa nelle nostre campagne donare a piene mani quello che la natura dava. Generosit\u00e0, umilt\u00e0 e parsimonia erano i valori legati alla vita dei campi.<br \/>\nA trebbiatura avvenuta, arrivavano il conte e la consorte, proprietari del fondo. Vestivano in modo elegante; per l\u2019occasione non disdegnavano di mischiarsi, anche se per poco, tra la gente del popolo, bevendo e assaggiando quello che era loro offerto: vino, fette di \u201cciammellotto\u201d, un dolce povero, ma dall\u2019alto potere calorico e quant\u2019altro la vergara aveva preparato. Se si fermavano, mangiavano per\u00f2 a parte, su una tavola ben imbandita, con tovaglie bianche, le migliori che c\u2019erano in casa. Con loro si fermavano a mangiare, i macchinisti, gli operai addetti alle macchine. Le \u201copere\u201d mangiavano tutte assieme. Il lavoro era tanto, nel corso della trebbiatura era consuetudine mangiare pi\u00f9 volte. Se la trebbiatura aveva inizio di notte, alle prime luci dell\u2019alba, si passava il caff\u00e8 d\u2019orzo, seguiva \u201clu mocconcellu\u201d: salame, pane, fette di \u201cciammellotto\u201d, vino; perch\u00e9 tutti potessero mangiare, ci si dava il cambio con le squadre di \u201copere\u201d che erano a terra. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Biondeggiavano le spighe di grano nella campagna inondata dal sole. I campi, punteggiati qua e l\u00e0 da papaveri e fiordalisi, disegnavano uno scenario incancellabile dal gran serbatoio della memoria. La scuola giungeva al suo termine e per i ragazzi si aprivano tre lunghi mesi estivi. 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