{"id":5238,"date":"2017-05-18T16:00:55","date_gmt":"2017-05-18T14:00:55","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=5238"},"modified":"2017-05-15T16:50:50","modified_gmt":"2017-05-15T14:50:50","slug":"don-milani-nella-parrocchia-di-calenzano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2017\/05\/don-milani-nella-parrocchia-di-calenzano\/","title":{"rendered":"Don Milani nella parrocchia di Calenzano"},"content":{"rendered":"<h2><em>La forza di un riformatore contrastato e contestato. Terza tappa: l&#8217;esperimento pastorale della Scuola Popolare (1947-1954)\u00a0<\/em><\/h2>\n<p>\u201cL\u2019esperienza fatta nella Scuola Popolare ci dice che quando un giovane operaio o contadino ha raggiunto un sufficiente livello di istruzione civile, non occorre fargli lezione di religione per assicurargli l\u2019istruzione religiosa. Il problema si riduce a turbargli l\u2019anima verso i problemi religiosi. E questo, col lungo contatto assicuratoci dalla scuola, ci \u00e8 risultato estremamente facile\u201d (Don Lorenzo Milani, Esperienze Pastorali, pag. 51).<\/p>\n<p>La cultura per don Milani ricopriva due funzioni.<br \/>\nLa prima era di carattere sociale. Il sapere consentiva al povero di elevarsi al rango culturale del ricco.<br \/>\nLa seconda funzione era di carattere pastorale. L\u2019istruzione permetteva all\u2019uomo di fede la comprensione dell\u2019insegnamento religioso.<br \/>\nLe due funzioni in don Milani erano rigidamente distinte. La scuola popolare doveva solo trasformare delle \u201cbestie\u201d culturalmente parlando, in uomini. L\u2019evangelizzazione si svolgeva in canonica e nessuno dei ragazzi che frequentava la scuola popolare vi era obbligato: \u201cVi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l\u2019istruzione e che vi dir\u00f2 sempre la verit\u00e0 d\u2019ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta, si che le faccia disonore\u201d. Per garantire l\u2019assoluta aconfessionalit\u00e0 della Scuola Popolare giunse anche a togliere il crocifisso dalle pareti, scatenando un putiferio con le altre associazioni parrocchiali che usavano lo stesso locale per le loro riunioni. Don Milani raccolse tutta la storia della Scuola Popolare di San Donato nel libro Esperienze Popolari al quale lavor\u00f2 per sette anni circa, tra il periodo di Calenzano e Barbiana: \u201cLa Scuola Popolare serale fu iniziata dal cappellano nel 1947 come scuola privata. Solo pi\u00f9 tardi vi collabor\u00f2 per cinque mesi l\u2019anno anche un maestro statale\u201d (Esperienze pastorali).<br \/>\nIl maestro di cui parla don Milani nel libro era Umberto Betti che veniva in bicicletta ogni sera da Firenze a Calenzano. Partecipava alla scuola, aiutando il giovane cappellano, poi rimaneva a dormire in canonica e ripartiva la mattina presto per Firenze per le supplenze nelle scuole elementari. Dopo le difficolt\u00e0 iniziali dovute alla novit\u00e0 della proposta, i giovani iniziarono a frequentare la Scuola Popolare, conquistati dagli insegnamenti del giovane pretino che non faceva niente per vincere ma tutto per istruire senza porre in mezzo tra lui e i giovani n\u00e9 il crocifisso, n\u00e9 discorsi di parte, n\u00e9 discorsi edificanti. Molti giovani erano con lui perch\u00e9 faceva le parti giuste ed era contro tutti, disprezzava i giornali dei preti e l\u2019Unit\u00e0 allo stesso modo, insegnando a pensare sempre con la propria testa. Il grande insegnamento di don Milani andava contro il conformismo, contro le mode che rendono l\u2019uomo pecora. Chi non si allinea si sente emarginato. Scriveva invece: \u201cChi sa volare non deve buttare via le ali per solidariet\u00e0 con i pedoni, deve insegnare a tutti il volo\u201d (Esperienze Pastorali, pag. 192).<br \/>\nAltri giovani provenivano anche da \u201cLa Chiusa\u201d che \u201cdista dalla Chiesa e dal centro due o tre chilometri ed \u00e8 chiusa nel pi\u00f9 cieco comunismo come poteva esserlo il resto del popolo di S. Donato nel 1946\u201d (Esperienze Pastorali, pag. 231).<br \/>\nDon Milani, nella Scuola, si limitava ad essere solo uno strumento: \u201cDevo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, sono io che l\u2019ho imparato da loro. Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere\u2026 Sono loro che hanno fatto di me quel prete dal quale vanno volentieri a scuola, del quale si fidano pi\u00f9 che dei loro capi politici, per il quale fanno qualsiasi sacrificio, dal quale si confessano a ogni peccato senza aspettare che sia festa. Io non ero cos\u00ec e perci\u00f2 non potr\u00f2 mai dimenticare quel che ho avuto da loro\u201d (Esperienze Pastorali, pag. 235).<br \/>\n\u201cIl venerd\u00ec di ogni settimana era riservato a una conferenza di un estraneo alla scuola. Vi si avvicendarono le pi\u00f9 svariate persone e i pi\u00f9 svariati argomenti: scienziati, letterati, artisti, sindacalisti, tecnici, uomini di parte, stranieri\u201d (ibidem, pag. 223).<br \/>\nTra gli uomini di parte che don Milani aveva invitato alla scuola serale, c\u2019era un padre gesuita. Doveva discutere con i ragazzi presenti, di Lutero e della riforma protestante. Il sacerdote affront\u00f2 l\u2019argomento in modo a dir poco banale. \u201cSpieg\u00f2 insomma che il monaco tedesco, non sapendo tenere a freno le passioni sessuali, elabor\u00f2 delle teorie che le giustificassero e spos\u00f2 una monaca. Don Milani divent\u00f2 paonazzo di rabbia. Scatt\u00f2 in piedi come morso dalla tarantola e svergogn\u00f2 il gesuita davanti ai suoi ragazzi: Vi prometto che d\u2019ora in poi nessun prete all\u2019infuori di me parler\u00e0 nella nostra scuola. Il gesuita, visibilmente irritato, tent\u00f2 di giustificarsi: Sa, don Lorenzo, quando si parla ai rudi non si pu\u00f2 fare troppo sottili distinzioni, se no non intendono. Peggio che andar di notte. L\u2019ira di don Milani si fece caustica come un rasoio tagliente: Scusi, padre, per lei forse esistono delle notizie storiche che sono vere in campagna e false in citt\u00e0?\u201d.<br \/>\nMolti amici di don Milani e non si ritrovarono invitati venerd\u00ec sera alla Scuola Serale di San Donato: Giampaolo Meucci, presidente del tribunale dei minori di Firenze, Gaetano Arf\u00e9, politico, giornalista e storico del Partito Socialista Italiano, Mario Gozzini, scrittore, politico e giornalista, Giorgio la Pira, sindaco di Firenze. Centrotrenta erano gli scolari della scuola, una cinquantina al venerd\u00ec per la conferenza che veniva preparata scrupolosamente per tutta la settimana. A San Donato, don Milani si serviva degli intellettuali come strumenti per fare scuola. Non era facile che sorgessero attriti come ai tempi di Barbiana dove, a un certo momento, parecchia gente si prestava al suo gioco solo perch\u00e9 era ormai un uomo famoso, perch\u00e9 era elettrizzante frequentare un prete scomodo per la Chiesa, per le gerarchie militari e civili. La cosa giustamente mandava in bestia don Lorenzo Milani e gli provoc\u00f2 un crescendo d\u2019insopportazione per i detentori del potere intellettuale. A San Donato, se rimproverava qualche oratore perch\u00e9 era stato oscuro, usava un tono cortese. Cos\u00ec scriveva a Mario Gozzini, venuto alla scuola popolare a parlare dell\u2019esistenzialismo: \u201cI ragazzi hanno avuto l\u2019impressione che lei fosse preparatissimo sull\u2019argomento, ma che non si fosse messo affatto a tavolino a preparare parola per parola una lezione veramente creata per noi e per noi soli. E se questo \u00e8 vero io la perdono perch\u00e9 so che lei non ha un minuto di tempo libero e so anche che non ha premeditato questo misfatto ma l\u2019ha anzi consumato, soffrendoci. In tutti i modi nulla va perso. Ogni venerd\u00ec si impara qualcosa da qualcuno e si impara facendogli in processo addosso senza rispetto\u201d.<br \/>\nQuesti processi agli intellettuali rappresentavano una delle direttrici pedagogiche pi\u00f9 importanti della Scuola di don Milani perch\u00e9 minavano alla radice gli schemi della cultura dominante, secondo i quali era impensabile che dei ragazzi, figli di operai e contadini, quasi analfabeti, si permettessero non solo di interloquire ma addirittura di processare uomini di cultura. La lezione pedagogica di don Milani si dirigeva dunque verso due direttrici.<br \/>\nDa un lato costringeva gli intellettuali a un brusco e umiliante ripensamento del loro ruolo sociale che era rispettato e consentito solo se il sapere era funzionale al progetto socio-politico di liberazione degli oppressi.<br \/>\nDall\u2019altro lato spronava i ragazzi a uscire dal loro stato di timidezza umana, per aggredire la realt\u00e0 sociale che nelle classi subalterne appariva spesso immodificabile e fatale e i rapporti di classe acquisiti per sempre. Con la dissacrazione degli intellettuali don Milani innestava nella psicologia e nella cultura dei suoi ragazzi la convinzione che il gi\u00e0 compiuto potesse comunque essere modificato. L\u2019uomo, insomma, indipendentemente dal suo stato sociale, \u00e8 protagonista della propria storia e di quella collettiva. Nulla in fondo \u00e8 fatale, nemmeno la miseria.<br \/>\nCol tempo, la Scuola Popolare prendeva il volto definitivo, cos\u00ec come il maestro voleva: \u201cLo sai te cos\u2019\u00e8 per me la scuola popolare, vero? \u00c8 la pupilla destra del mio occhio destro. \u00c8 funzionata quattro anni e quest\u2019anno anche d\u2019estate perch\u00e9 ci vediamo ogni venerd\u00ec. \u00c8 nata come scuola e lo \u00e8 stata fino a poco fa. Ora \u00e8 diventata qualcosa di pi\u00f9. Una specie di ditta, una societ\u00e0 di mutuo incensamento, un partito, una comunit\u00e0 religiosa, una loggia massonica, un casino, un cenacolo d\u2019apostoli\u2026 Gli avventizi sono stati una sessantina ma i fedelissimi sono forse dodici. Il pi\u00f9 piccolo ha quindici o sedici anni, il pi\u00f9 vecchio ne ha venticinque, gli altri sono tutti intorno ai diciannove. Sono tutti operai e contadini, sono iscritti a partiti e sindacati varii. Alcuni vengono completamente dall\u2019altra sponda, altri vengono dall\u2019altra ancora. Di comune hanno poco (neanche l\u2019amicizia fra tutti) fuorch\u00e9 un bel progresso che hanno fatto nel cercare di rispettare la persona dell\u2019avversario, di capire che il male e il bene non sono tutti da una parte, che non bisogna mai credere n\u00e9 ai comunisti n\u00e9 ai preti, che bisogna nuotare sempre controcorrente e leticare con tutti e poi il culto dell\u2019onest\u00e0, della lealt\u00e0, della serenit\u00e0, della generosit\u00e0 politica e del disinteresse politico\u201d.<br \/>\nLa Scuola Popolare mirava in alto. Aveva l\u2019obiettivo di preparare degli individui capaci di fare delle scelte autonome, senza farsi condizionare da nessuno.<br \/>\nScriveva don Milani: \u201cAltri guardano a queste cose (sono le spese eccessive che un povero faceva in occasione di matrimoni, di cresime) con occhio di benevola indulgenza. Vuoi negare al povero, dopo una vita di sofferenze, anche questa giornata d\u2019oblio sognata dalle ragazze fin dall\u2019infanzia e poi ricullata nel ricordo fino alla vecchiaia? Non, non gliele voglio n\u00e9 negare n\u00e9 proibire, poverine. Cos\u00ec come sono oggi non le voglio. Cio\u00e8 senza idee, senza ideali, senza il senso della loro dignit\u00e0 d\u2019operaie\u2026 Non si pu\u00f2 proibire a quelle poverine di spendere male i soldi che hanno guadagnato. Ma si pu\u00f2 e si deve fare scuola alle poverine e ai poverini. Fare scuola d\u2019idee pi\u00f9 sane. Far loro capire che il vanto di un povero non \u00e8 di scimmiottare per un giorno le parate antisociali degli oppressori per poi tornare il giorno dopo nella schiera anonima degli oppressi e brontolare sterilmente contro il mondo ingiusto. Il mondo ingiusto l\u2019hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l\u2019avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la pu\u00f2 avere solo un povero che \u00e8 stato a scuola\u201d (Esperienze Pastorali, pag. 105).<br \/>\nSpesso gli altri amici preti gli domandavano il segreto della sua scuola, come faceva ad averla piena e insistevano perch\u00e9 scrivesse per loro un metodo, dei programmi, le materie e la tecnica didattica: \u201cSbagliano la domanda \u2013 rispose don Milani \u2013 non dovrebbero preoccuparsi di come fare per fare scuola, ma solo come bisogna essere per poter fare scuola. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dall\u2019ansia di elevare il povero ad un livello superiore\u201d (Esperienze Pastorali, pag. 239- 243).<br \/>\nL\u2019azione pastorale di don Milani non poteva passare inosservata in paese presso la gente e presso le forze politiche, soprattutto quelle che non vedevano di buon grado l\u2019innalzamento culturale dei poveri, voluto da don Milani. La gente non faticava molto a convincersi che il prete era don Lorenzo, quando facevano confronti con altri preti della zona che erano pi\u00f9 intenti al commercio delle gazzose nei vari ricreatori parrocchiali.<br \/>\nDalla curia fiorentina poi, dove era stato mandato da Roma l\u2019arcivescovo Ermenegildo Florit come coadiutore del vecchio cardinale Elia Dalla Costa, iniziavano a piovere addosso a don Milani accuse gratuite. Veniva accusato di fare il gioco delle sinistre, di dividere il popolo che era gi\u00e0 diviso, di non tenere il crocifisso nella Scuola Popolare e di non parlare mai in classe di religione. La goccia che fece traboccare il vaso nei difficili rapporti tra la curia e don Milani, complice la Democrazia Cristiana di Calenzano, fu l\u2019atteggiamento tenuto da don Milani in occasione delle elezioni amministrative del 1951.<br \/>\nIl giovane cappellano non venne meno alla direttiva dell\u2019episcopato toscano e della Santa Sede ma lo fece in modo che, evidenziando l\u2019ipocrisia delle gerarchie cattoliche, fin\u00ec per gettare benzina sul fuoco delle polemiche. Don Lorenzo, infatti, ligio alla lettera del decreto dei vescovi, consigli\u00f2 ai suoi parrocchiani di votare per la DC ma non per i partiti laici con i quali era alleata, perch\u00e9 li riteneva non cristiani e massoni. I vescovi toscani avevano emanato, infatti, un decreto per prescrivere ai cattolici il dovere di votare per quei candidati che difendevano i diritti di Dio, della Chiesa e della famiglia cristiana.<br \/>\nL\u2019Osservatore Romano a sua volta aveva escluso dal novero dei partiti da votare anche i socialisti di Giuseppe Romita e di Giuseppe Saragat. La convocazione in curia dal cardinale Elia Dalla Costa fu l\u2019occasione per don Milani di stilare un promemoria al cardinale stesso: \u201cBen dolorosa e inaspettata fu per me l\u2019improvvisa chiamata di Vostra Eminenza e l\u2019ordine di tacere. Chiesi spiegazione e non ne ebbi. Esposi il mio punto di vista. Mi permisi di osservare che, tacendo improvvisamente, dopo che avevo invitato il popolo per la domenica seguente a un\u2019ulteriore chiarificazione, avrei compromesso il buon nome di Vostra Eminenza quasi che Ella volesse collaborare con coloro che giustificano il mezzo col fine. Pagher\u00f2 io davanti a Dio, rispose Vostra Eminenza. Ma \u00e8 giusto il mio atteggiamento? S\u00ec, ma \u00e8 rischioso. Queste sue parole, Eminenza, hanno scavato nella mia anima di neofita e di giovane sacerdote una ferita che solo lentamente si va rimarginando. Il mio primo impulso fu di rivalsa, dare cio\u00e8 pubblicit\u00e0 a ogni cosa. Fu la tentazione di un attimo e la vinsi subito anche perch\u00e9 la mia Mamma, che pur essendo ebrea, mostr\u00f2 pi\u00f9 sensibilit\u00e0 cristiana di me e mi disse: Un figliolo non deve mai mettere in pubblico le miserie del suo babbo\u201d (Lettere alla mamma, promemoria al cardinale, op. cit. pag. 99- 100).<br \/>\nDon Milani per\u00f2 non si pieg\u00f2 all\u2019utilitarismo politico della DC locale e della Curia e per evitare nuove polemiche se ne and\u00f2 via una settimana, quella calda delle lezioni, a trovare alcuni amici in Germania. Qui prese alcuni contatti per far ristampare la carta della Palestina utile alle sue lezioni di catechismo.<br \/>\nAlle lezioni politiche del 1953 il ragionamento politico di don Milani si fece pi\u00f9 sottile e scomodo per la Curia fiorentina. Dopo aver distinto i cattolici dai non credenti, sostenne che a questi ultimi non poteva essere chiesto di votare per la DC. Spieg\u00f2, infatti, che al disoccupato o al senza tetto non credente \u201cnon si possono offrire riforme che lo raggiungeranno dopo la sua morte\u201d (Esperienze Pastorali, pag. 261).<br \/>\nAltri episodi locali poi accrebbero l\u2019ostilit\u00e0 di una parte dei notabili democristiani verso don Milani. Al funerale di un certo Libero, comunista, morto per un incidente alla Cementeria di Calenzano, i capi comunisti pi\u00f9 facinorosi non vollero sentir regioni e portarono in chiesa vessilli e bandiere del Partito Comunista. Don Milani, in chiesa non fece nessuna scenata, come precis\u00f2 in una lettera indirizzata a Giovanni, fratello del segretario comunista di Calenzano \u201csolo perch\u00e9 di fronte alla tragedia della famiglia non mi pareva il momento di fare polemiche\u201d (Lettere alla mamma, pag. 114- 115).<br \/>\nI benpensanti di San Donato corsero dal vescovo a riferire l\u2019accaduto delle bandiere rosse in chiesa. I benpensanti ci sono anche oggi e ci saranno sempre. Vivono di questo. Fanno la spia. Sono pi\u00f9 lealisti del re e se potessero, troglierebbero il mestiere anche al Papa. Don Milani, accusato di ammiccare al PCI? Niente di pi\u00f9 falso. Basta leggere la lettera a Pipetta, un giovane comunista di Calenzano: \u201cE\u2019 un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradir\u00f2. Quel giorno io non rester\u00f2 l\u00e0 con te. Io torner\u00f2 nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocefisso\u201d (Lettere, pag. 4-5).<br \/>\nDon Milani affatto tenero verso il Comunismo \u00e8 tutto nella lettera a don Piero, in Esperienze Pastorali, pagine 443- 471. Va riletta. Comunque, il trasferimento di don Milani verso l\u2019esilio di Barbiana inizi\u00f2 a delinearsi dopo il 12 settembre 1954 con la morte dell\u2019anziano proposto don Daniele Pugi. Per la curia fiorentina era l\u2019occasione per mettere ordine nella parrocchia di San Donato. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La forza di un riformatore contrastato e contestato. 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