{"id":4823,"date":"2017-03-07T15:00:45","date_gmt":"2017-03-07T14:00:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=4823"},"modified":"2024-11-06T16:32:11","modified_gmt":"2024-11-06T15:32:11","slug":"correva-lanno-1956","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2017\/03\/correva-lanno-1956\/","title":{"rendered":"Correva l\u2019anno 1956"},"content":{"rendered":"<h2><em>CIVITANOVA MARCHE: Sessant\u2019anni dalla rivoluzione di Budapest<\/em><\/h2>\n<p>Pomeriggio culturale trascorso nella sala conferenze \u201cDon Lino Ramini\u201d, in via del Timone 14, a Civitanova Marche, quello del 25 febbraio 2017, per rivivere pagine di storia lontane dal tempo ma utili anche oggi per capire il nostro presente. Nonostante fosse sabato, erano presenti all\u2019appuntamento pi\u00f9 di cinquanta persone. Tutto ha avuto inizio alle 17,15 con la presentazione dell\u2019evento ad opera di Alvise Manni, presenti in sala, il regista del film Correva l\u2019anno\u2026 MCMLVI (1956), Gilberto Martinelli e L\u00e0sl\u00f2 Moln\u00e0r, profugo della rivoluzione ungherese del 1956, rifugiato in Italia e studente universitario a Bologna negli anni successivi ai tragici fatti d\u2019Ungheria. L\u2019appuntamento culturale \u00e8 stato organizzato dall\u2019Istituto Italiano di Cultura, 1956-2016, Ungheresi Marche, dall\u2019Archeoclub d\u2019Italia, sede di Civitanova Marche e dal Centro Studi Civitanovesi. La prof.ssa Anna Vecchiarelli ha portato i saluti dell\u2019Archeoclub d\u2019Italia, sede locale.<br \/>\nLa proiezione del film-documentario ha occupato circa cinquantacinque minuti, filati via come d\u2019incanto. Bella la fotografia di Giancarlo Leggeri, sapiente il montaggio di Roberto Cuello, coinvolgenti le musiche di Andrea Ridolfi e Vito Abbonato, trascinanti le musiche originali di Emilio Stella, impeccabile la regia di Gilberto Martinelli. Sui tragici fatti che portarono alla rivoluzione di Budapest, schiacciata dall\u2019intervento militare sovietico, sono stati girati molti film. Il merito di Gilberto Martinelli \u00e8 stato quello di rileggere gli eventi di allora in chiave italiana. Si alternano nel film immagini di repertorio di truculenti carri armati sovietici che sferragliano per le vie di Budapest, la resistenza disperata degli insorti ungheresi, operai e studenti, che combattevano ad armi impari, le vie e le piazze di Roma che accolsero a braccia aperte i profughi. Castel Sant\u2019Angelo, il colonnato della Basilica di San Pietro, il Colosseo, scorci di paesaggi romani carichi di silenzio e di struggente bellezza si alternano a nuove immagini di profughi che varcano il confine, saltano su carri trainati da trattori, si pigiano su torpedoni dell\u2019epoca, sono scaricati nelle piazze e accolti da una popolazione che si fa in quattro per dare accoglienza e assistenza.<br \/>\nSuggestivo \u00e8 quanto viene scritto nella locandina che fa da presentazione al film-documentario: \u201c\u00c8 l\u2019alba, Roma si sveglia. Tra i rimasti della notte appena andata, coloro che si apprestano al lavoro, verso la nuova giornata. Un&#8217;alba d&#8217;autunno, la radio, notizie inquietanti, da Budapest. Un popolo in rivolta contro un oppressore, straniero. Roma recepisce, medita e reagisce. Pio XII condanna e accende la reazione solidale, la societ\u00e0 civile accoglie. La politica si schiera, una parte si ritrae, un&#8217;altra mistifica, ma di certo, con la statua di Stalin, abbattuta a Budapest, in Italia barcolla un&#8217;intera ideologia. Quelle notizie, da Budapest hanno reso al mondo un servigio di libert\u00e0, la stessa a cui aspiravano quei profughi arrivati nella eterna capitale. Una Roma universale che ha saputo accoglierli, come figli, perch\u00e8 Roma non adotta, non \u00e8 matrigna, ma sempre e solo Madre. Per tutti\u201d.<br \/>\nCinquemila carri armati, circa settantacinque mila soldati dell\u2019Armata Rossa si avventarono su Budapest all\u2019alba del cinque novembre del 1956 dopo il drammatico appello trasmesso alla radio il quattro novembre da Imre Nagy, il presidente del Parlamento Ungherese, che riusc\u00ec a riparare attraverso un salvacondotto presso l\u2019ambasciata Iugoslava. I rivoltosi furono accusati di tradire la rivoluzione socialista. Niente di pi\u00f9 lontano dalla realt\u00e0. Quelli che scesero in piazza contro i carri armati furono operai e studenti comunisti che reclamavano riforme e libert\u00e0. La rivolta ungherese fu un movimento spontaneo e di popolo che rimase da solo a combattere contro l\u2019invasore, nel silenzio pi\u00f9 totale dell\u2019Occidente. Se le democrazie occidentali non mossero un dito in difesa della rivolta, non cos\u00ec avvenne in Italia per la societ\u00e0 civile che si adoper\u00f2 in mille modi in favore dei profughi. Arrivarono in Italia circa quattro mila rifugiati, aiutati dalla Croce Rossa Italiana. I partiti di governo, in testa la Democrazia Cristiana, manifestarono interesse verso i profughi. Molti di loro, circa duecento quelli rimasti oggi nella citt\u00e0 eterna, scelsero l\u2019Italia come la seconda patria, duecento cinquanta mila quelli che emigrarono in altri paesi.<br \/>\nPio XII intervenne ripetutamente sui fatti d\u2019Ungheria con tre brevi encicliche, tra il 28 e il 5 novembre 1956. Il 29 giugno 1956 pubblicava la lettera apostolica Dum maerenti animo (Mentre con l\u2019animo afflitto), in cui il papa ricordava le sofferenze della Chiesa nell\u2019Est europeo e invitava tutti i cristiani alla preghiere, in particolare per i polacchi e gli ungheresi. Il 28 ottobre promulgava l\u2019enciclica Luctuosissimi eventus. \u201cGli eventi luttuosissimi da cui sono colpiti i popoli dell\u2019Europa orientale, e soprattutto l\u2019Ungheria a Noi carissima, insanguinata al presente da una terribile strage, profondamente commuovono il Nostro animo paterno\u2026\u201d. Il 31 ottobre inviava un telegramma di felicitazioni e di speranza al cardinale Jozsef Mindszenty, liberato poche ore prima. Il primo novembre dello stesso anno dava alle stampe Laetamur admodum (Motivo di grande letizia), dopo l\u2019instaurazione del breve governo Nagy e il ritiro temporaneo delle truppe sovietiche. Il cinque novembre, invasa l\u2019Ungheria dall\u2019Armata Rossa, nella Datis nuperrime (Con la recentissima lettera), prevaleva il dolore: \u201cLe notizie che in un secondo tempo sono giunte hanno riempito l\u2019animo Nostro di una penosissima amarezza; si \u00e8 saputo cio\u00e8 che per le citt\u00e0 e i villaggi dell\u2019Ungheria scorre di nuovo il sangue generoso dei cittadini che anelano dal profondo dell\u2019animo alla giusta libert\u00e0&#8230;\u201d. Grande amarezza suscitano le immagini di quei giorni durante i quali, in Italia, la destra con in testa giovani studenti inneggiava alla rivolta ungherese con slogan, inni e saluto romano, ricordando le famigerate \u201cCroci Frecciate\u201d di Ferenc Sz\u00e0lasi, pensando in questo modo ad una rivalsa verso la sconfitta del nazi fascismo. Tristezza senza fine anche le immagini di repertorio di camionette della polizia italiana che fronteggiavano le manifestazione di quanti invece alzavano il pugno contro la rivolta ungherese perch\u00e9 comunisti. Il dramma di quegli eventi segn\u00f2 in modo indelebile la storia del PCI che non scelse di stare dalla parte degli insorti ungheresi vedendoli come dei traditori. Pajetta, Amendola, Napolitano non conoscevano affatto la Russia. Togliatti che conosceva bene Stalin non fece nulla contro l\u2019invasione delle truppe dell\u2019Armata Rossa, anzi l\u2019appoggi\u00f2. Solo una minoranza si schier\u00f2 contro l\u2019invasione. Il risultato fu l\u2019espulsione dal partito. D&#8217;altronde Ignazio Silone lo aveva vissuto sulla propria pelle qualche decennio prima.<br \/>\nSe una lezione \u00e8 da trarre da questi tragici fatti, ha commentato L\u00e0sl\u00f2 Moln\u00e0r, profugo della rivoluzione ungherese del 1956, \u00e8 che la societ\u00e0 italiana si comport\u00f2 in modo eccezionale verso i profughi che ricevettero amicizia, sostegno e solidariet\u00e0 dalle istituzioni ma anche da semplici cittadini. Queste pagine di storia lontane nel tempo servono di ammonimento per il nostro presente. Rigurgiti di nazionalismi striscianti. Slogan usati e abusati da quanti sostengono che ognuno \u00e8 padrone in casa propria. Frontiere chiuse ermeticamente con la costruzione di muri per bloccare profughi, disperati, emigranti generici che cercano solo la libert\u00e0 e la possibilit\u00e0 di vivere una vita in un paese dove non ci sono guerre. Rispettavamo il paese nel quale eravamo ospiti e tutti ci manifestavano rispetto perch\u00e9 ci sottoponevamo ai controlli stabiliti. Eravamo aiutati con borse di studio. Non potevamo non essere felici. Io ho potuto terminare l\u2019Universit\u00e0 a Bologna, ha testimoniato L\u00e0sl\u00f2 Moln\u00e0r. La solidariet\u00e0 e l\u2019accoglienza devono andare di pari passo con la tutela e la sicurezza dei cittadini. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>CIVITANOVA MARCHE: Sessant\u2019anni dalla rivoluzione di Budapest Pomeriggio culturale trascorso nella sala conferenze \u201cDon Lino Ramini\u201d, in via del Timone 14, a Civitanova Marche, quello del 25 febbraio 2017, per rivivere pagine di storia lontane dal tempo ma utili anche oggi per capire il nostro presente. 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