{"id":3991,"date":"2016-11-14T13:00:56","date_gmt":"2016-11-14T12:00:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lavocedellemarche.it\/?p=3991"},"modified":"2016-11-14T12:01:39","modified_gmt":"2016-11-14T11:01:39","slug":"latto-di-dolore-bene-inteso-e-corretto-in-tutte-le-sue-parti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lavocedellemarche.it\/wordpress\/2016\/11\/latto-di-dolore-bene-inteso-e-corretto-in-tutte-le-sue-parti\/","title":{"rendered":"L&#8217;atto di dolore, bene inteso,  \u00e8 corretto in tutte le sue parti"},"content":{"rendered":"<h2><em>Il Dio di Ges\u00f9 Cristo \u00e8 un Dio della misercordia, pietoso e lento all&#8217;ira, ricco di amore e fedelt\u00e0<\/em><\/h2>\n<p>Di grande attualit\u00e0 in questi giorni \u00e8 tornato il tema del \u201ccastigo divino\u201d, che tanto appassiona da sempre il pensiero dell\u2019uomo in relazione alla propria condotta morale e al proprio rapporto con Dio.<br \/>\nLa tentazione che scorgo, da sempre, per\u00f2, \u00e8 quella di dare una descrizione eccessivamente antropomorfa di Dio, tanto da trasferire su lui atteggiamenti che sono tipicamente umani. Certamente quando immaginiamo l\u2019inferno (che \u00e8 il massimo del castigo), diventa quasi naturale darne una descrizione dantesca pensandolo primariamente come un luogo. Piuttosto l\u2019inferno \u00e8 uno stato: una condizione che consiste nella separazione eterna da Dio; come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, esso \u00e8 una diretta \u00abconseguenza di una avversione volontaria a Dio, cio\u00e8 di un peccato mortale, in cui si persiste fino alla fine\u00bb (n. 1037). Il peccato grave, ovvero l\u2019atto (o anche l\u2019omissione) deliberatamente voluti, sapendo che sono contrari alla volont\u00e0 di Dio che \u00e8 indicata dal Vangelo e dai comandamenti, esclude chi li compie dal Regno di Ges\u00f9, dalla sua eredit\u00e0 di amore e di gioia.<br \/>\nAccanto, poi, al castigo eterno ci sono dei castighi non eterni, o, meglio, dei danni temporali: anch\u2019essi sono conseguenza diretta di una colpa volontaria. Ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1861) menziona come mali temporali, la perdita della carit\u00e0 e della grazia santificante. L\u2019autentica dis-grazia, infatti, \u00e8 proprio perdere la grazia in senso stretto. Ges\u00f9 parl\u00f2 della grazia santificante quando disse: \u00abSe uno mi ama, osserver\u00e0 la mia parola, e il Padre mio lo amer\u00e0 e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui\u00bb (Gv. 14,23). Vivere \u201cin grazia\u201d significa abitare\/stare, vivere e agire in Dio, in comunione profonda col suo amore e significa anche che Dio \u00e8 colui che ispira, ci ispira, ci muove, ci trasforma, ci divinizza, ci configura a Cristo (in questo senso, possiamo leggere la colletta del Gioved\u00ec dopo le Ceneri: \u201cIspira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perch\u00e9 ogni nostra attivit\u00e0 abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento\u201d). Se perdiamo la grazia, perdiamo questa comunione e, da capolavoro dell\u2019amore di Dio (Cfr. Sal. 138,14 e Sal. 8,6), ci trasformiamo in mostri: da deiformi diventiamo deformi.<br \/>\nRifiutata la possibilit\u00e0 del pentimento, della conversione di vita, dell\u2019apertura alla misericordia di Cristo, ci si chiude nella propria autosufficienza e si diviene ostili alla grazia e all\u2019amore di Ges\u00f9: quindi diventa chiaro che il castigo l\u2019uomo se lo infligge da solo e lo fa a causa dei propri peccati:<br \/>\nGi\u00e0 il profeta Geremia ammoniva Israele ribelle di questo rischio: \u00abLa tua stessa malvagit\u00e0 ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto \u00e8 triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio\u00bb (Ger. 2,19). E il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 679) lo ribadisce: \u00abIl Figlio non \u00e8 venuto per giudicare, ma per salvare e per donare la vita che \u00e8 in lui. \u00c8 per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica da se stesso, riceve secondo le sue opere e pu\u00f2 anche condannarsi per l\u2019eternit\u00e0 rifiutando lo Spirito d\u2019amore\u00bb. E anche: \u00abMorire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l\u2019amore misericordioso di Dio significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed \u00e8 questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola \u201cinferno\u201d\u00bb (n. 1033).<br \/>\nMa Dio \u00e8 sempre alla porta della nostra anima, bussa in attesa che, chiunque lo voglia, lo accolga per stare con lui, abitare nuovamente con lui e con lui ristabilire una comunione profonda (Cfr. Ap. 3,20); in ogni momento \u00e8 pronto andare alla \u201cricerca della pecora perduta\u201d (Cfr. Lc. 15,4).<br \/>\nNon dobbiamo dimenticare, infatti, che l\u2019uomo \u00e8 creatura e, in quanto tale, \u00e8 radicalmente dipendente da Dio. \u00c8 Dio che lo crea: creare significa dare l\u2019essere, e esser creato significa ricevere attualmente l\u2019essere; ciascuno di noi \u00e8 creato in Cristo e in vista di Cristo (Col. 1,16-17) e della comunione piena con lui.<br \/>\nCredo, pertanto, che i detti popolari: \u00abChi \u00e8 causa del suo male pianga se stesso\u00bb e \u00abFinch\u00e9 c\u2019\u00e8 vita c\u2019\u00e8 speranza\u00bb, possano essere esemplificativi di questo mistero delle nostre colpe e della tensione esistenziale alla conversione dei pensieri, del cuore e della vita.<br \/>\nCertamente l\u2019espressione \u201cho meritato i tuoi castighi\u201d, presente nell\u2019atto di dolore (Rito della Penitenza, n. 45 &#8211; prima formula -), pu\u00f2 invece veicolare l\u2019idea contraria: quella di un Dio che punisce, di un giudice senza piet\u00e0; persino pu\u00f2 farci pensare che i mali che ci capitano siano da ricondurre direttamente a un castigo di Dio (d\u2019altra parte questo \u00e8 ci\u00f2 che dicono a Giobbe i suoi amici: essi cercano di convincere Giobbe che c\u2019\u00e8 un motivo per la sua sofferenza: se Dio lo ha colpito in modo cos\u00ec grave, Giobbe deve avere una qualche responsabilit\u00e0, deve avere un qualche peccato. Ma Giobbe non \u00e8 convinto, anzi \u00e8 convinto della propria giustizia e chiede conto a Dio\u2026 e Dio risponde ponendosi davanti a Giobbe e sottoponendolo a una serie di interrogativi, ai quali Giobbe non \u00e8 in grado di rispondere; per cui \u00e8 costretto, al termine di questo confronto con Dio, a riconoscere la propria piccolezza e a rinnovare la sua fiducia in Dio, che non vuole il male anche se, per motivi che lui non comprende, lo ha permesso).<br \/>\nL\u2019immagine di Dio rivelata da Ges\u00f9 \u00e8 invece quella di un Padre misericordioso, che attende il ritorno, la conversione di chi sbaglia e \u00e8 pronto a riaccoglierlo tra le sue braccia, come appare nella parabola \u201cdel Figlio prodigo\u201d (Cfr. Lc. 15,11-32).<br \/>\nCome intendere allora l\u2019espressione dell\u2019atto di dolore? Significa che io mi rendo conto della gravit\u00e0 dei miei peccati, li riconosco e ammetto di meritare un castigo. Prendo coscienza soggettiva del male che ho commesso e delle conseguenze negative che il peccato ha nella mia vita.<br \/>\nL&#8217;atto di dolore distingue, infatti, tra dolore imperfetto (motivato da timore: \u00abHo meritato i tuoi castighi\u00bb) e dolore perfetto (motivato da amore: \u00abHo offeso te infinitamente buono e degno di essere amato\u00bb). Questo non deve indurci ad attribuire a Dio disgrazie, malattie, prove incombenti. Piuttosto, il castigo del peccato consiste nel perdere l&#8217;amicizia, la comunione con Dio Padre (come riconosce il figlio prodigo: \u00abNon sono pi\u00f9 degno di essere chiamato tuo figlio\u00bb).<br \/>\nCos\u00ec come San Giovanni Paolo II nell\u2019esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia ha scritto: il peccato \u201cfinisce per rivoltarsi sempre contro colui che lo compie con una oscura e potente forza di distruzione\u201d (n. 17).<br \/>\n\u00c8 senz\u2019altro un fatto che la tradizione biblica, numerose volte parla dei castighi di Dio. Un testo fra tutti, Es. 34,6-7: \u201cIl Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all\u2019ira e ricco di amore e di fedelt\u00e0, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione\u201d. La consapevolezza che ci viene da questi testi, per\u00f2, non va assolutizzata, ma pu\u00f2 essere utile per giungere proprio, se vogliamo continuare ad utilizzare il linguaggio della tradizione, al cosiddetto \u201cdolore imperfetto\u201d, motivato cio\u00e8 dal timore, dalla paura delle conseguenze; ma, illuminati dall\u2019Evangelo (dalla buona Notizia) annunziato da Ges\u00f9, possiamo fare un deciso balzo in avanti e giungere al \u201cdolore perfetto\u201d, motivato, invece, come gi\u00e0 affermato, dall\u2019amore verso Dio \u201cinfinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa\u201d.<br \/>\nA mio avviso, se ben interpretata, quindi, la formula tradizionale dell\u2019atto di dolore, pu\u00f2 essere ancora recitata; e tenendo in debito conto la globalit\u00e0 dell\u2019insegnamento biblico e della tradizione della Chiesa, sommariamente ricordati sopra, non dovrebbero esserci equivoci\u2026 e maldestre attribuzioni a Dio di castighi o dei mali che ci affliggono. \u2022<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Dio di Ges\u00f9 Cristo \u00e8 un Dio della misercordia, pietoso e lento all&#8217;ira, ricco di amore e fedelt\u00e0 Di grande attualit\u00e0 in questi giorni \u00e8 tornato il tema del \u201ccastigo divino\u201d, che tanto appassiona da sempre il pensiero dell\u2019uomo in relazione alla propria condotta morale e al proprio rapporto con Dio. 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